domenica 20 giugno 2010

Giustizia io voglio e non misericordia



Facile parlare per Lui. Non sbaglia mai. E non ti dà respiro. Ti insegue ovunque. Anche sopra il mare. E ti tormenta finché non fai quello che vuole. E sì che glielo avevo detto: tanto si sistema tutto. Tanto poi ti lasci commuovere. Sei tenero tu. Vuoi fare il duro. Vuoi ricoprirti del manto della giustizia. E quella storia degli occhi bendati e della bilancia che fa tanto marketing. No. E’ tutto un trucco. I tuoni, i rombi. Gli scuotimenti della terra. Sono effetti speciali. Magari quello che vorresti veramente essere. Ma non puoi. Non ci riesci. Sei amore, non te lo ricordi? E così alla fine, come avevo predetto, quello che ha fatto la figuraccia sono stato io. Per fesso mi hai fatto passare. Andare in giro a minacciare sciagure. Un profeta da strada. E se non mi hanno deriso prima, lo faranno adesso.
Mi hai ricattato e non ho potuto dirti di no. E che cosa ho ottenuto? Il successo. Sì, paradossalmente mi hai fatto conoscere il trionfo. Nella sconfitta. Hai ottenuto il risultato che volevi, facendomi minacciare stragi. E dove poi? Proprio nella città più torbida, il covo degli assassini, dei predatori. Un popolo senza pietà, sguaiato, imbattuto ed imbattibile. Il cui solo nome getta nel panico. E tu l’hai piegato con l’amore, non con un esercito più potente. Che avresti avuto solo schioccando le dita. E che avrebbe raso al suolo loro fino alla centesima generazione.
Invece hai mandato me. Riluttante, timoroso, ma sì diciamolo anche: codardo. Soprattutto irritato. Perché sapevo già come sarebbe andata a finire: tu sugli altari, io qui, sotto questo ricino rinsecchito a maledire la mia vittoria. E che cosa ci ho guadagnato? Una fuga precipitosa, un soggiorno indesiderato sott’acqua, tre giornate di cammino nell’inferno e poi questo caldo secco, senza vento. Questa infinità bianca e infuocata che spazza via dall’anima ogni desiderio non per affogarla in un appagamento dissetante, ma anzi proiettandola in una disperazione accecante. Non la luce nella quale desidero un giorno riposare, ma un crudo anticipo di tutte le sofferenze di Giobbe. Perché anche con lui non è che ti sei comportato da galantuomo, diciamola tutta. Gli è andata peggio che a me.
E qui prigioniero di questa fornace, devo anche sorbirmi i tuoi discorsi, le tue scuse, i tuoi pretesti? Non tuoni mica, qui sotto questo cielo così trasparente e piatto da spaventare. Non urli come facesti con quello al quale togliesti tutto per un gioco, per metterlo alla prova. No. Con me sussurri, con questo tono così morbido, paterno, anzi materno. Fai domande. Mostri come l’amore può perdonare tutto.
No. Così non mi piace. Proprio da questo fuggivo. Da questa misericordia infinita. Da questo abbraccio che è sempre pronto e che chiede solo di lasciarsi andare. Da questo perdono che non si rifiuta mai, ma che può essere solo rifiutato. Perché tu non ti neghi mai, siamo noi che possiamo negarti.
Io volevo vedere il fuoco dal cielo. Volevo vedere il terremoto. Il suolo squarciarsi e ingoiare palazzi e animali. Volevo vedere fumi salire dalle viscere della terra e bruciare. Oh, sì. Arderli, con il medesimo gusto con il quale i loro soldati hanno violato case e donne delle città che hanno raso al suolo, devastando l’anima dei sopravvissuti, così violentati da desidera la morte piuttosto che il ricordo.
Volevo vedere i tuoi angeli scendere e sterminare i sopravvissuti con la paura prima ancora che con i loro dardi. E il fuoco purificare ogni cosa lasciando solo cenere su questa Ninive maledetta.
Volevo vedere gli innocenti perire insieme ai colpevoli, maledicendoli per questo e caricandosi così, in punto di morte, di quel peccato di odio che li aveva inseguiti per tutta la vita senza mai raggiungerli. Così che anch’essi sarebbero stati dannati.
Volevo vedere trionfare la giustizia, strumento del mio odio più viscerale. Volevo vedere il sangue, che avevo predetto per incarico tuo, quello che avrebbe lavato gli scorticati ricordi delle loro vittime, facendoli affogare nel livore acceso della rivalsa. Perché se non serve a soddisfare la tua sete di odio per i persecutori, a che serve avere un Dio personale? Che me ne faccio di un Dio di tutti, che tutti ama, tutti perdona, tutti accoglie?
Eppure così sei fatto tu, e anche adesso se qui a tormentarmi con il tuo amore. Lasciami in pace, lasciami il tempo per accettare questo mio successo, questa mia vittoria: questa predicazione che ha ottenuto il suo scopo, che ha convertito, che ha condotto al pentimento. Che mi ha così deluso.  E per questo mi sta purificando da dentro.


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