martedì 29 giugno 2010

E guardami!



E guardami! E daì guardami! Tu che passi, chiunque tu sia. Che ti costa! Anche solo per deridermi, per insultarmi, per scuotere la testa in quel modo volgare e violento, che percola disgusto misto a disprezzo. Ma almeno guardami. Non fare finta di nulla. Perché credi che mi sia ridotta così? Perché pensi stia distruggendo la mia dignità così come la natura ha distrutto il mio corpo se non per ottenere uno sguardo? Anche lascivo. Sebbene tema che nessuno lo poserà più su di me con desiderio. Semmai con scherno. Mi basterebbe. Sarei felice di non passare inosservata. Come mi è successo a lungo nella vita. Perché nessuno ha mai posto su di me uno sguardo assetato. Una sensazione dolorosa, che avvelena lentamente l’anima e la fa implodere in una depressione spenta e arida. Camminare tra le strade della città, al mercato, e accorgerti che non sei degna neppure di un movimento del capo. Perché invece li vedo quando girano la testa e tutto il resto quando passa una di quelle, sì, di quelle ragazzine che hanno tutto da mettere in mostra e non negano niente.
Mentre io invece. Fin da giovane. Fin da ragazza sono stata condannata. Da un corpo goffo, sformato, gonfio. Non che non mangiassi, no. Ero affamata di sensazioni, quindi anche di cibo. Ma non fu questo. No.
Mi cresceva addosso come un tumore, mi rovinava sopra questa massa turgida e ruvida che mi ha nascosto al mondo. E io ne sono rimasta prigioniera. Ma almeno allora, quand’ero ragazza, al paese, almeno allora c’era chi mi inseguiva per insultarmi, per schernirmi. Mi sentivo viva, dolorosamente presente al mondo. Poi, come una nebbia che s’alzi pallida e smorta, e via via più coraggiosa, così sono scomparsa all’esistenza.
Il trasferimento in città. Gli studi. Inutili devo dire. Non hanno aggiunto una goccia di felicità alla mia vita. Solo conoscenza. E con quella semmai ho accresciuto il dolore. Poi un lavoro bieco, ripetitivo, individuale, in un cubicolo che mi separava netto, come una roggia profonda, dai colleghi che dilagavano al di là della paretina. Una voce al telefono. Poi neppure quella. Poi la pensione anticipata.  Anni di lavoro sciolti in un saluto formale e stropicciato, condito di indifferenza e scherno. Neppure quel giorno sono riusciti a superare la barriera del mio corpo per calarsi non dico nella profondità, ma almeno sotto la superficie e cercare di capire. Che serve a loro capire? Che servivo io? Che se non servi oggi, per qualunque cosa, sei finito: allontanato. Fine del lavoro, fine dell’impegno.
E sempre la solitudine.
Che non sono vecchia. Non fuori almeno. Non all’anagrafe. Ma dentro eccome. Perché a non sentirsi amati, si brucia. Non però di quel fuoco che non consuma e arde perenne, come dicono sia l’amore, che io non ho mai conosciuto, neppure da bambina. No. Non quello.
Io avvampo di quel calore trasparente e violento, quello dei forni, che crema, che riduce in cenere, che lascia senza speranza. E la speranza ormai io l’ho persa, non dico dell’amore, ma anche solo di un tepore mite. Anche ipocrita. Mi starebbe bene. Mi farei truffare da un uomo, se per spogliarmi dei miei beni, quelli che comunque ho accumulato in questi anni di silenzio e di reclusione, mi rivestisse anche per un solo momento di un affetto manieroso ed eccessivo, palesemente finto. Anche solo di sesso. Anche di quello mi accontenterei.
E così mi sono ridotta ad essere questo pagliaccio, questa prostituta dell’anima: a mettere fuori questa carne in decomposizione, che si arrotola su se stessa confondendo inizio e fine. C’è pudore in tutto questo? Sì, perché ormai in queste rovine non si distingue più nulla che possa bruciare la mia intimità. Tutto è disgrazia. Deformità. Eppure sento di calpestare la mia dignità. E non me ne frega niente. Perché chi si riempie la bocca con questa parola probabilmente non ha mai sofferto il mio dolore, non è mai stato solo. Io sì. Sempre. Rinchiusa dentro il carcere di un corpo esagerato che mi ha impedito di essere scorta. Di vedere. Di capire.
Ma che cosa c’è da capire! In quest’epoca che esalta la bellezza e la rincorre senza posa, in quest’età che magnifica il corpo e ne ha paura, io scorgo il terrore sui loro occhi, il terrore di essere come me, di finire come me, di venire calpestati, messi in un angolo. Io questo ho capito. E solo adesso riesco a ribellarmi.
E guardami daì! Tu che passi adesso e volti il capo dalla parte opposta con gesto affrettato e teatrale, come per istruirmi, per condannarmi, per umiliarmi. Più di così? Potrei essere più umiliata di così? Perché non capisci? Perché non esplori? Perché non ti sforzi di superare quella sciapa barriera della tua superficialità, del tuo orizzonte così gretto e chiuso, che non riesce ad accostarsi alla vita per quello che è: non un secco fotogramma, ma una pellicola senza fine. Con solo l’inizio e mai titoli di coda. E tu invece te ne stai lì, intrappolato nell’attimo che fugge, e non capisci che invece resta, resta per sempre, e si estende, in tutte le direzioni. Come la mia vita. Come la mia carne che scioglie la mia figura in una storia di solitudine totale.
Guardami: rendimi un filo di stima, che la mia in me stessa l’ho persa. Fammi pensare, anche per un solo istante, che posso lasciare una tenue traccia su questa terra, che posso avere sfiorato per un battito d’ali il cuore e la memoria di un’altra creatura. Che non è stato vano venire al mondo. Che non sarà insulso andarsene.
No, non  funzionerà neppure questo. Non è servito a nulla scendere fino in fondo al cratere del disonore. Fino al fango dell’esibizionismo. Neppure questo è servito per trovare un filo di speranza, un rigagnolo di luce che sappia restituire un po’ di futuro a questo ammasso di depressione. Forse non resta che cercare l’ultimo sguardo, quello di terrore, quando scioglierò la mia vita sopra un binario. O sotto un camion. Affermando il diritto di essere guardata almeno mentre mi dissolvo.

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Lo sguardo di Lazzaro
quando c'è l'amore







domenica 20 giugno 2010

Giustizia io voglio e non misericordia



Facile parlare per Lui. Non sbaglia mai. E non ti dà respiro. Ti insegue ovunque. Anche sopra il mare. E ti tormenta finché non fai quello che vuole. E sì che glielo avevo detto: tanto si sistema tutto. Tanto poi ti lasci commuovere. Sei tenero tu. Vuoi fare il duro. Vuoi ricoprirti del manto della giustizia. E quella storia degli occhi bendati e della bilancia che fa tanto marketing. No. E’ tutto un trucco. I tuoni, i rombi. Gli scuotimenti della terra. Sono effetti speciali. Magari quello che vorresti veramente essere. Ma non puoi. Non ci riesci. Sei amore, non te lo ricordi? E così alla fine, come avevo predetto, quello che ha fatto la figuraccia sono stato io. Per fesso mi hai fatto passare. Andare in giro a minacciare sciagure. Un profeta da strada. E se non mi hanno deriso prima, lo faranno adesso.
Mi hai ricattato e non ho potuto dirti di no. E che cosa ho ottenuto? Il successo. Sì, paradossalmente mi hai fatto conoscere il trionfo. Nella sconfitta. Hai ottenuto il risultato che volevi, facendomi minacciare stragi. E dove poi? Proprio nella città più torbida, il covo degli assassini, dei predatori. Un popolo senza pietà, sguaiato, imbattuto ed imbattibile. Il cui solo nome getta nel panico. E tu l’hai piegato con l’amore, non con un esercito più potente. Che avresti avuto solo schioccando le dita. E che avrebbe raso al suolo loro fino alla centesima generazione.
Invece hai mandato me. Riluttante, timoroso, ma sì diciamolo anche: codardo. Soprattutto irritato. Perché sapevo già come sarebbe andata a finire: tu sugli altari, io qui, sotto questo ricino rinsecchito a maledire la mia vittoria. E che cosa ci ho guadagnato? Una fuga precipitosa, un soggiorno indesiderato sott’acqua, tre giornate di cammino nell’inferno e poi questo caldo secco, senza vento. Questa infinità bianca e infuocata che spazza via dall’anima ogni desiderio non per affogarla in un appagamento dissetante, ma anzi proiettandola in una disperazione accecante. Non la luce nella quale desidero un giorno riposare, ma un crudo anticipo di tutte le sofferenze di Giobbe. Perché anche con lui non è che ti sei comportato da galantuomo, diciamola tutta. Gli è andata peggio che a me.
E qui prigioniero di questa fornace, devo anche sorbirmi i tuoi discorsi, le tue scuse, i tuoi pretesti? Non tuoni mica, qui sotto questo cielo così trasparente e piatto da spaventare. Non urli come facesti con quello al quale togliesti tutto per un gioco, per metterlo alla prova. No. Con me sussurri, con questo tono così morbido, paterno, anzi materno. Fai domande. Mostri come l’amore può perdonare tutto.
No. Così non mi piace. Proprio da questo fuggivo. Da questa misericordia infinita. Da questo abbraccio che è sempre pronto e che chiede solo di lasciarsi andare. Da questo perdono che non si rifiuta mai, ma che può essere solo rifiutato. Perché tu non ti neghi mai, siamo noi che possiamo negarti.
Io volevo vedere il fuoco dal cielo. Volevo vedere il terremoto. Il suolo squarciarsi e ingoiare palazzi e animali. Volevo vedere fumi salire dalle viscere della terra e bruciare. Oh, sì. Arderli, con il medesimo gusto con il quale i loro soldati hanno violato case e donne delle città che hanno raso al suolo, devastando l’anima dei sopravvissuti, così violentati da desidera la morte piuttosto che il ricordo.
Volevo vedere i tuoi angeli scendere e sterminare i sopravvissuti con la paura prima ancora che con i loro dardi. E il fuoco purificare ogni cosa lasciando solo cenere su questa Ninive maledetta.
Volevo vedere gli innocenti perire insieme ai colpevoli, maledicendoli per questo e caricandosi così, in punto di morte, di quel peccato di odio che li aveva inseguiti per tutta la vita senza mai raggiungerli. Così che anch’essi sarebbero stati dannati.
Volevo vedere trionfare la giustizia, strumento del mio odio più viscerale. Volevo vedere il sangue, che avevo predetto per incarico tuo, quello che avrebbe lavato gli scorticati ricordi delle loro vittime, facendoli affogare nel livore acceso della rivalsa. Perché se non serve a soddisfare la tua sete di odio per i persecutori, a che serve avere un Dio personale? Che me ne faccio di un Dio di tutti, che tutti ama, tutti perdona, tutti accoglie?
Eppure così sei fatto tu, e anche adesso se qui a tormentarmi con il tuo amore. Lasciami in pace, lasciami il tempo per accettare questo mio successo, questa mia vittoria: questa predicazione che ha ottenuto il suo scopo, che ha convertito, che ha condotto al pentimento. Che mi ha così deluso.  E per questo mi sta purificando da dentro.


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