lunedì 5 aprile 2010

Un filo senza fine




Papà, lasciamo tutti e andiamo via, papà, lasciamo tutto e andiamo via” Mi stanno indosso come un maglione caldo queste parole di una delicata canzone di Vecchioni, e tutte le volte che le incontro nei miei pensieri mi assale una commozione umida, una malinconia che ondeggia sul viso prima di calare lieve verso il cuore dove si ferma a lungo, lasciandomene le tracce negli occhi. Non perché io senta il desiderio di dover scappare. Tutt’altro. Poiché fuggire da qui sarebbe la fuga del disertore e non quella del prigioniero, o tanto meno quella dell’eroe, so bene che non posso neppure pensarci. E’ che sento forte questa privazione, questa lontananza, questa assenza.
Sento di aver perso troppe volte l’occasione di stringerlo, di abbracciarlo, come vorrei fare ora con mio figlio, e come me allora, lui oggi sfugge perché non è da uomini, non si fa, non è consentito: tragico inganno che si scioglie solo quando è troppo tardi o quando ti trovi tu dall’altra parte di quell’abbraccio che non si riesce a stringere.
Lo vorrei abbracciare, adesso. Non c’è più. E brucia. E sì che ho avuto il privilegio di tenergli la mano a mio padre mentre moriva, seduto su quella poltrona che ancora conservo, come se guardarla da vicino –non oserei mai sedermici sopra- potesse accorciare una distanza che di fatto già non esiste, dato che ci sovrapponiamo nella dimensione dello spirito. Eppure mi manca. Più di mia madre? Non so, forse sì, se è mai possibile dare una misura ad un taglio netto, a una ferita che ha reciso completamente le radici. Sono io ora la radice, il rizoma che si spinge giù in profondità nel presente. Nulla intorno a me, nessuno più. Solo discendenza. E questo peso, questa responsabilità la sento gravarmi addosso ogni giorno, quando mi soffermo sulla soglia della sera, a pensare, a raccontarmi parole che trovo sempre con maggiore difficoltà ed estro, e che in questa rarefazione si fanno ardenti e spesse.
E sento che questo sentimento lo ho condiviso con lui, me lo disse il giorno del funerale di sua madre, seduto al tavolo mentre aspettavamo che tutto avesse inizio –strana parola inizio per una cerimonia che rende sacra una fine; eppure no, perché effettivamente di un nuovo inizio si tratta. Stava lì a capo chino, mescolava lento il caffè che sua sorella gli aveva offerto, e lo si vedeva che soffriva, con dignità. Alzò di scatto il viso, mi guardò e me lo disse, lui che non era di tante parole, lui che non si era mai confidato con me, lui che ascoltava, he sapeva ascoltarmi, sapeva come volermi bene, sapeva come discernere tra la valanga delle mie parole quelle da trattenere, estranedole non da un tesoro, ma da un mucchio di ciarpame, lui alzò di scatto il viso e mi disse: “Adesso alla base dell’albero ci sono io. Non c’è più nessuno dietro di me”. Poi tacque. Non era triste. Non disperato. Semmai compunto. Ispirava rispetto. Emanava ricchezza. E io l’ho ereditato questo dono e mi chiedo fin dove tracciare la retta che scende nelle pieghe del tempo per trovare un primo, tra i miei avi, che abbia ricevuto questa illuminazione e l’abbia così donata in eredità a tutti i discendenti fino a me (e spero di meritarmi il privilegio di poterla tramandare ai miei figli).
Frugando tra le sue carte ho trovato questa vecchia foto: non credo gli appartenga perché ciò che contiene racconta di un’epoca ancora precedente alla sua. Chissà forse appartiene a mio nonno o a suo nonno: la conservo perché si sovrappone alle parole di quella canzone: un desiderio di partire per fare ritorno, non di abbandonare, ma di riscoprire. Mettere dentro una valigia non per portare via, ma per selezionare, sfoltire, recidere quello che non serve tenere addosso, appiccicato come un indumento sudato.  Me lo immagino questo antenato, a contemplare la valigia sul letto, ad accumulare carte ed indumenti, a sedersi per guardare fuori dalla finestra, prima di decidere che cosa tenere con sé. Perché non sta fuggendo, semmai arriva. Ma è più un tesoro quello che sta esaminando, è una valigia che contiene la sua vita. Chissà forse è appena sceso da un battello, o ha cambiato casa. O si sta esaminando. Ciò che trasmettere è una lucida serietà, la capacità di guardarsi dentro e di valutarsi con ironica misericordia, con il medesimo sguardo che si dovrebbe applicare a tutti, ma che si finisce per conservare solo per se stessi, e per giunta addolcito dalla compiacenza.
E ciò che questo mio bisnonno accumula mi pare come le immagini che ti porti appresso, succhiate qua e la dalla vita quando meno te lo aspetti e solo se sei sempre pronto a deporre i tuoi pensieri per accendere cuore e intelletto. Ho capito ad esempio il senso della paternità ben dopo che sono diventato padre: non perché non ne avessi coscienza, ma perché non ne avevo penetrato l’essenza. Una sera di Gerusalemme –anche questo è un verso di Vecchioni- scendendo attraverso il quartiere ebraico, vidi un bambino gettarsi fuori dalla sua casa per correre incontro ad un uomo gridando “abbà, abbà” e poi abbracciarlo. E lì tutto si è fuso, si è rappreso, e poi si è steso in un nuovo chiarore: tutto ha preso senso e profondità. E ho ripensato a mio padre. 
Dell’infanzia ti rimangono in mente immagini spezzate, vivide ma dai bordi taglienti, imprecisi. Ricordo un gioco che facevamo nella primavera promettente di Milano: ci sedevamo sul balcone della cucina, guardavamo la strada che si intravvedeva tra le costruzioni, e scommettevamo ad indovinare da quale direzione sarebbe arrivata la prossima macchina. Oggi quella stessa strada, se potessi tornare a vederla da quel balcone, penetrando i muri delle case che nel frattempo hanno oscurato la vista, la vedrei intasata da una coda senza fine in ogni direzione ad ogni ora del giorno.
E me ne sto qui ora, in silenzio, a guardare il tramonto, situazione banale da scrittore di seconda fila, eppure così quotidiana da assumere, se la si sbuccia rimuovendo quella patina di consuetudine che la rende sciatta e opaca, un valore acceso. Guardo e ascolto i suoni della città pacati e lievi, come la risacca e, prima di rientrare in casa dai miei, spengo la canzone che ancora Vecchioni mi cantava nella testa

4 commenti:

  1. Già apprezzata su facebook ma anche qui volevo dirti che è davvero delicata e toccante...e la foto di Luisa bellissima!

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  2. Grazie Allegra...Carmen!
    Da una bella foto si può trarre molto...
    a presto!
    Paolo

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  3. che strano...di questi tempi non faccio altro che ricordare il passato, guardare con struggimento le foto dei tempi dell'infanzia, in cui tutto era meraviglioso e caldo come le braccia del mio papà intorno a me...scrivo dei miei ricordi, dei pensieri rivolti al passato, a mio padre, a com'era mia madre prima che quella brutta malattia le cancellasse tutto di sè...vengo qui e ritrovo gli stessi pensieri, le stesse riflessioni, la stessa nostalgia...che strano...

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  4. Quel vuoto che si prova "dopo", il ricordo struggente, qualche rimpianto .... ma tornare indietro non si può e allora ci si fa forza e si riprende il cammino solo un po' più vecchi e soli.

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