sabato 24 aprile 2010

A mia moglie nel giorno del nostro XXV anniversario



Tra le più belle canzoni di Enrico Ruggeri amo molto A mia moglie.  Non mi interessa sapere se sia biografica oppure no. Lo auguro solo al cantante. Arriva un momento in cui è giusto fermarsi e ringraziare per il dono ricevuto: perché se è vero che il matrimonio è etimologicamente il dono alla madre, è anche vero che soprattutto noi uomini riceviamo un grande regalo dall’unione coniugale. Per me è stato così. Mi sono molto risentito quando, avendo pubblicato sul sito americano la mia vita in sei parole, qualcuno si è permesso di lasciare un commento acido. La mia storia è tutta qui: Passione giovanile, amore profondo. Ancora sposi.  Una mano femminile, amara ed acida, commento: he slept around, o qualche cosa del genere. Che potrei tradurre crudemente: la tradisce a destra e a manca.  La storia è diversa.
Ho conosciuto Franca nel 1980, io avevo 19 anni lei 17. Ci siamo sposati nel 1985, non avevo ancora 25 anni e lei non arrivava a 23. Andrea è nato nel 1986, Chiara nel 1988, Letizia nel 1992. Abbiamo conosciuto buona e cattiva sorte. Ci compensiamo. Io sono il visionario, lei la concreta. Io apro strade, lei le asfalta e le rende sicure. Io trascino, lei consolida. Io sogno, anche troppo, lei hai i piedi per terra. Ci siamo aiutati a vicenda in mille modi: io lancio le sfide, lei le vince. E’ una tagliente e crudele critica di ciò che penso e faccio: è grazie a questa sua qualità che mi sono evoluto da ragazzino un po’ nerd, molto imbranato, a professionista energico e coerente. Non ci facciamo sconti. Questo non ci ha allontanato di un millimetro, anzi ci ha unito di più.
Mi ha seguito in ogni nuova avventura, le ho fatto fare di tutto e ha sempre detto di sì inventandosi mille professionalità nuove. Lei è cresciuta, e mi ha aiutato a capire i miei errori. Siamo umili e ci amiamo. Abbiamo costruito sulla fede e ancora oggi preghiamo insieme per i nostri figli, per i nostri sogni, per le nostre preoccupazioni. Sono così innamorato che penso di non poter vivere senza di lei. Abbiamo, come si dice, fatto tanti chilometri insieme e ne abbiamo passate tante, e ci hanno rafforzato.




Imbianchiamo insieme, ovviamente lei molto meno di me e con più lentezza, e sappiamo ancora guardarci negli occhi scoprendo cose sempre nuove e difficili da rendere con parole, specie quelle scritte scritte.. So comunque chi è più grande dei due e so che non sono io. Non so se questo è rendere giustizia, ma so che ogni giorno devo meritarmi il dono che Dio mi ha dato: mia moglie.
Credo che il nostro trucco stia nel fatto che ridiamo insieme, spesso, e che io riesco a farla ridere. Così guardiamo alla vita con una serenità lucida e profonda. Crediamo veramente che, come dice san Paolo, omnia in bonum, tutto concorre al bene. e se guardiamo la nostra vita è davvero così. Abbiamo avuto momenti duri, problemi di lavoro, difficili soci, difficoltà economiche.
Lei si è inventata un lavoro, prima mi ha seguito, poi affianco a questo, ha avviato la sua attività imprenditoriale, e oggi è una imprenditrice di successo E ovviamente mi aiuta.
E io ho l’onore di dovermi meritare giorno dopo giorno questo immenso dono.



giovedì 15 aprile 2010

Sedicianni






E voi pensate che sia facile avere sedici anni? No dico, vi siete mai posti il problema di avere sedici anni oggi? E non venite a dirmi che sedici anni li avete avuti anche voi. Era un mondo diverso. Molto più semplice. Mica dovevate combattere con la tecnologia, voi. Al massimo la fame, tipo il terzo mondo, che poi so bene che è una balla e che la raccontate per spaventarci, e mica ci caschiamo noi. Non avevate neppure il telefono. Che ne so? Tipo ci avete talmente stressato con i vostri tempi che mi sembra di averci passato un’altra vita. E non è la mia. La mia è qui.  Ma lo capite o no come è dura rimanere sulla cima dell’onda? Perché se non ci sei, non sei nessuno. E qui chi non è nessuno è già morto. Meglio che lo fosse anche fisicamente. Perché sei nel tunnel. E soffri. E se non soffri abbastanza ci pensano gli altri a farti soffrire. Ma lo capite o no quanta cura dobbiamo metterci nel farci vedere? Che c’è un limite ogni volta: appariscente sì, ma puttana no. Perché poi i ragazzi non ti chiedono che quello. Già tipo sanguisughe non pensano ad altro, che se li senti parlare sembrano i Simpson versione porno.  Quelli dei film che vedono su internet che li scaricano a manciate neanche fossero cioccolatini e poi te li raccontanto che non c’è più che vomito a sentirli. Se poi sembra che gliela dai senza aspettare, allora non c’è più riposo. E’ tutta una questione di immagine. Capisco che non si pensi ad altro. E non dico che non mi sono data da fare. Non così però: fare sesso nei bagni o in macchina o dietro casa tua, ma nascosta così nessuno ti vede. Che poi se mi vede mia madre, che se ne frega, che cosa potrebbe mai dire? Che cosa fa lei in fin dei conti? Che quanto a eccessi faccio fatica a starle dietro! E voi, non dovevate mica competere con le vostre madri voi in quei famigerati anni Settanta che tanto ce li venite a menare con Fonzi e i Beatles e quale altra diavoleria non me la ricordo più. Non mi interessava e l’ho rimossa. Come faccio di solito. Non voglio avere una discarica in testa: quello che non serve immediatamente si butta subito. Così c’è più spazio per pensare a come divertirsi. Eh, dovevate difendervi dalle vostre madri voi come tocca fare a me? Che quando mi costringere a fare shopping con lei li vedo gli uomini, tutti, e anche i ragazzi, quelli che ci farei l’occhio acceso e un po’ pornito, che guardano lei invece che me e le sue scollature e scosciature come se il mondo le girasse attorno e il marciapiede fosse una passerella. Che credo che voglia farlo solo per distruggermi, per annichilirmi, per umiliarmi tipo che guardano solo lei e non me, che sono ancora uno schizzetto. E io gliel’ho fatta addosso invece, che con il ganzo che le ronza attorno, e lei ci sguazza anche se è quasi più vicino a me che a lei di età, ci sono andata io mica lei. Forse anche lei, chemmifrega. Ma io pure. La sera che lei si è fatta aspettare. E non s’è accorta di niente. E ne sono orgogliosa perché questa volta l’ho vinta io. E mica mi pento sai? Di che cosa? Di fare quello che fanno tutti? Quello che chiedono tutti? Tanto tutto passa, neppure un’ora e passa. Vivere il presente. Ecco. Lo dicono tutti. Anche quelli famosi che vedo in tv e che mi fanno impazzire perché voglio anch’io diventare così. E non fare fatica. Che mia madre non la fa la fatica. Ha spiantato mio padre. Che quando se ne è andato l’ha morso fino al midollo. Rosicchiato. Spolpato. E adesso siamo ricche. Lui è ricco e anche noi. Finche dura. Lo dice sempre lei. Ma io non voglio fare fatica. Non serve. Non la fa nessuno. A scuola? Ma non farmi ridere! Che c’è sempre un modo per copiare, fregare, passare. E che serve studiare? Per fare i secchioni? Come le verginelle e i nerds, che stanno rintanati nella loro cultura e avvizziscono, in mucchi scomposti e rinchiusi perché non se li fila nessuno, solo fra di loro, che fanno ridere e non li tormentano nemmeno più perché non c’è gusto, solo quando sei un po’ giù e non ti va neppure di niente, allora una presa in giro, un paio di sberle, che non rifiutano mai, e ti tiri subito su. Che non bisogna essere sballati o tipo teppisti per fare queste cose qui. Che le fanno tutti e gli sfigati se le aspettano, ti sorridono e se le aspettano, fa parte del gioco, noi i belli loro gli sventurati. Noi quelli che piacciano, loro bui. E senza superare il confine e finire tra i bulli, che quelli non piacciano a nessuno, e sono deboli: fanno finta di sbancare, ma sono corrosi dentro. Lo capisci. Aggrediscono solo perché non riescono a guardarsi allo specchio. E sono così grezzi, sporchi, scialli. Noi siamo scianti e lindi: eleganti. Belle facce, mia nonna direbbe acqua e sapone. E mi diverto quando lo fa perché non sa, e non potrebbe mai sapere. Perché come ti guarda lei brucia. E quel fuoco io non lo voglio.
Però poi mi ritrovo questa faccia da malmostosa addosso sempre, anche dentro, come se mi guardassi in uno specchio interiore, che quando me lo dicono mi arrabbio perché capiscono e non voglio che capiscano. E un po’ fa smeriglio, fa superiore, ma troppo poi finisce che te lo dicono. Sorridi. E perché? E poi chi te lo dice è un adulto che non mi frega niente, mentre il mio giro non te lo dice neanche, ti spinge ai margini e poi ti espelle: perché fari i duri sì, ma i tristi mai. E’ una questione di immagine. Che noi vogliamo sempre divertirci. Che ci stiamo a fare sennò? Che tutto passa, ma qualche cosa rimane, ed è sempre la parte meno bella, più acida, che graffia. E temo che non ci sia trucco sufficiente per coprirlo, perché non è intorno agli occhi, ma dentro. E la faccia un po’ ingrugnata fa trendy, ma ci ho l’impressione che non sia una faccia che ti metti su tipo per cuccare o farti notare, ma perché non te la riesci a togliere che c’ha le radici dentro, profonde. Perché quando guardo il mare, non è la voglia di veleggiare che mi viene, ma quella di annegare. E questo non è bello. E la sera. Tipo quando perdo quei minuti affacciata alla finestra a fumare per non impregnare la stanza, che a me fregherebbe anche, ma lei rogna perché detesta quest’odore le ricorda mia padre, non è il cielo che vedo, né i colori, ma una coperta tesa, come quelle che da CSI copre i morti delle autopsie. E non so perché, ma non mi piace. E non so guardare più in là di domani, che già faccio fatica e non so neppure perché dovrei farlo. Ma un po’ mi ferisce. 

martedì 13 aprile 2010

L'angelo Gabriele




«Già, Gabriele. Non lo ricordavo più. Nome nobile. E' l'angelo che ha portato l'annuncio a Maria. Uno dei tre arcangeli insieme a Raffaele e Michele. La madre di quell'uomo commise un errore mostruoso: o forse fu lui ad essere schiacciato dal peso di quel nome. Nomen sit omen: il tuo nome ti sia di buon auspicio. Fu una sciagura, invece. Tutto in quella persona faceva pensare alla bassezza: la meschinità emanava da lui come una deformazione del corpo che nessun abito sia mai in grado di nascondere. Era forse la luce degli occhi o il modo in cui si torceva di continuo le mani o quel sibilo, dovuto ad una forma particolare di asma contratta in gioventù nei terreni paludosi e malarici dove era nato. Viveva nella perenne convinzione di essere l'olocausto dell'umanità: una sorta di vittima predestinata da un dio cinico e sarcastico che l'avesse eletto come capro espiatorio. E lui non negava a nessuno il suo disprezzo. Era impiegato postale nel paese di montagna, nel cuore dell'Abruzzo, dove andai a vivere per un certo periodo. Vi trovai impiego mentre decidevo che cosa fare della mia vita. Commesso da un pizzicagnolo. Per sopravvivere. Gabriele veniva a comperare formaggio e salame. Scivolava dentro il negozio, uno stanzone buio e polveroso, quando le ombre si facevano più dense. Sentivo il suo sibilo rauco prima ancora di vedere la sua faccia. "Firmino", mi diceva, "Firmino, il solito". E aggiungeva subito: "anche oggi scalogna nera. Lo sai quanti pacchi si spediscono in questi paese di balordi? Più che le capre! Sembra che ogni bestia abbia parenti ovunque nel mondo... E che gli manderanno mai? Pacchi pesanti, come peccati. E tocca a me portarli tutti: dallo sportello al cestone, dal cestone alla porta, dalla porta al furgoncino. Io non c'ho più l'età, Firmino. Lo vedi come sono? Secco. E loro ridono di me. I pacchi li spediscono solo per farmi faticare. Lo so, lo so. Non scuotere la testa. Li vedo in faccia io, quando vengono lì con quei loro macigni. Hanno facce rosse, gonfie, sporche. Hai mai visto come sono sporchi? Tutti! Anche il farmacista, che fa tanto il signore. Ma è sporco pure lui. E non mi saluta quando passo davanti alla sua bottega e lui è lì, sulla porta a fumare. E che? Non si può vivere senza medicine? Io, le sue medicine, non gliele compro mai! Mai, hai capito Firmino? Io con le erbe mi curo. Eppoi non mi curo mai perché sono sempre malato e non c'è più nulla che mi possa aiutare. La posta invece: come si può vivere senza quella? Come li manderebbero quei loro pacchi senza la posta? Maledetti loro e i loro pacchi! Firmino, me l'hai dato saporito il formaggio?


Eh, Firmino. Se non ci fossi tu in questo paese... ti dovevano inventare. Benedetto il giorno che sei arrivato. A proposito Firmino, da dove vieni? Me l'hai già detto, ma non ricordo. Non ho mai spedito pacchi per te! Grazie Firmino. Li odio i pacchi, io". Io tacevo. Era l'unica difesa. Ma anche il silenzio può essere giudicato, se proprio vuoi. Poi si trascinava fuori dal negozio, si fermava sulla soglia e con quegli occhietti piccoli e luccicanti -sì, luccicanti, come la pelle di una anguilla- radiografava la piazza. Un disgraziato, ti dico. Aveva accompagnato la moglie al cimitero: era  bianco come una busta. Lui ce l'aveva mandata! Almeno così dicevano. Non che la picchiasse: anche se per la verità non posso escluderlo. Fu il suo veleno: l'astio che colava da ogni suo gesto. Un anima di quelle che tengono la lista dei danni. Il rancore, che non aveva il coraggio di sfogare, gli si moltiplicava dentro come un virus. E poi traboccava.  Era arguto: non c'era frase che non contenesse un retrogusto marcio. Se diceva "buonasera", lo accompagnava con un tono sordo e minaccioso, e con un gesto della testa di sbieco, come se stesse attorcigliandosi su se stesso per attaccarti, alla moda di un serpente a sonagli, e pareva ti dicesse: "che sia la tua ultima sera". La moglie era pian piano svanita, si era fatta trasparente: consumata, come una candela. Finché non era rimasto più nulla e si era spenta, bianca sul grigiore diffuso delle lenzuola. "M'ha fatto torto", urlava Gabriele, "m'ha fatto torto anche morendo. Mi ha lasciato solo: e come faccio adesso con la casa e una figlia da maritare?". La figlia si era maritata da sola e in gran fretta, appena dopo la morte della madre. Era scappata via, ti dico. Credimi: so come si può fuggire. Forse aveva fatto sciocchezze prima del matrimonio per liberarsi da quel padre: aveva il terrore che uccidesse anche lei. "Svergognata! Il primo foresto che le è capitato a tiro!", commentava Gabriele, "che razza di uomo può essere quello? Un rappresentante di commercio: di biancheria femminile. Mascalzone! Come gli fatto gli occhi dolci lei qui, chissà quante donne... Peggio di un marinaio. Questo Cristina proprio non doveva farmelo. Mi ha rovinato. In paese lo dicono tutti: una ragazza inutile, leggera. E quello? La farà soffrire. Ah, ma io sono un buon padre, io. Mi trasferirò da loro, quando la finirò di spedire pacchi. E allora aggiusterò tutto io. So di avere le mie responsabilità. E metterò tutto apposto". Doveva aver comunicato queste sue intenzioni alla figlia, perché né lei né il marito si fecero più vedere in paese e dicono che cambiarono anche casa senza più scrivere al padre, per il timore di vederselo piombare addosso all'improvviso. Io ero ancora giovane, allora. Lo stavo a sentire. Un anima torva così non l'ho più incontrata. Però mi è rimasto il dubbio che la colpa non fosse tutta sua. Chissà, un torto patito in gioventù: forse l'asma vissuta come un castigo immeritato. Se qualcuno fosse stato a sentirlo fin d'allora... Certe volte mi pareva di vedere un alito diverso: come uno spirito prigioniero che cercasse di forzare la serratura e venire fuori. In controluce mi pareva di scorgere sul suo volto agitarsi un altro uomo che premeva e piangeva per liberarsi. Sembrava che i lineamenti stessi si distendessero per assumere toni più sfumati, più lievi. Un secondo. Forse anche meno. Poi ritornava quell'espressione fratturata e cattiva. Non so che fine abbia fatto. Dopo qualche anno me ne andai da quel paese. Mi era venuto a noia quel sole stanco che rovesciava pigrizia».



lunedì 5 aprile 2010

Un filo senza fine




Papà, lasciamo tutti e andiamo via, papà, lasciamo tutto e andiamo via” Mi stanno indosso come un maglione caldo queste parole di una delicata canzone di Vecchioni, e tutte le volte che le incontro nei miei pensieri mi assale una commozione umida, una malinconia che ondeggia sul viso prima di calare lieve verso il cuore dove si ferma a lungo, lasciandomene le tracce negli occhi. Non perché io senta il desiderio di dover scappare. Tutt’altro. Poiché fuggire da qui sarebbe la fuga del disertore e non quella del prigioniero, o tanto meno quella dell’eroe, so bene che non posso neppure pensarci. E’ che sento forte questa privazione, questa lontananza, questa assenza.
Sento di aver perso troppe volte l’occasione di stringerlo, di abbracciarlo, come vorrei fare ora con mio figlio, e come me allora, lui oggi sfugge perché non è da uomini, non si fa, non è consentito: tragico inganno che si scioglie solo quando è troppo tardi o quando ti trovi tu dall’altra parte di quell’abbraccio che non si riesce a stringere.
Lo vorrei abbracciare, adesso. Non c’è più. E brucia. E sì che ho avuto il privilegio di tenergli la mano a mio padre mentre moriva, seduto su quella poltrona che ancora conservo, come se guardarla da vicino –non oserei mai sedermici sopra- potesse accorciare una distanza che di fatto già non esiste, dato che ci sovrapponiamo nella dimensione dello spirito. Eppure mi manca. Più di mia madre? Non so, forse sì, se è mai possibile dare una misura ad un taglio netto, a una ferita che ha reciso completamente le radici. Sono io ora la radice, il rizoma che si spinge giù in profondità nel presente. Nulla intorno a me, nessuno più. Solo discendenza. E questo peso, questa responsabilità la sento gravarmi addosso ogni giorno, quando mi soffermo sulla soglia della sera, a pensare, a raccontarmi parole che trovo sempre con maggiore difficoltà ed estro, e che in questa rarefazione si fanno ardenti e spesse.
E sento che questo sentimento lo ho condiviso con lui, me lo disse il giorno del funerale di sua madre, seduto al tavolo mentre aspettavamo che tutto avesse inizio –strana parola inizio per una cerimonia che rende sacra una fine; eppure no, perché effettivamente di un nuovo inizio si tratta. Stava lì a capo chino, mescolava lento il caffè che sua sorella gli aveva offerto, e lo si vedeva che soffriva, con dignità. Alzò di scatto il viso, mi guardò e me lo disse, lui che non era di tante parole, lui che non si era mai confidato con me, lui che ascoltava, he sapeva ascoltarmi, sapeva come volermi bene, sapeva come discernere tra la valanga delle mie parole quelle da trattenere, estranedole non da un tesoro, ma da un mucchio di ciarpame, lui alzò di scatto il viso e mi disse: “Adesso alla base dell’albero ci sono io. Non c’è più nessuno dietro di me”. Poi tacque. Non era triste. Non disperato. Semmai compunto. Ispirava rispetto. Emanava ricchezza. E io l’ho ereditato questo dono e mi chiedo fin dove tracciare la retta che scende nelle pieghe del tempo per trovare un primo, tra i miei avi, che abbia ricevuto questa illuminazione e l’abbia così donata in eredità a tutti i discendenti fino a me (e spero di meritarmi il privilegio di poterla tramandare ai miei figli).
Frugando tra le sue carte ho trovato questa vecchia foto: non credo gli appartenga perché ciò che contiene racconta di un’epoca ancora precedente alla sua. Chissà forse appartiene a mio nonno o a suo nonno: la conservo perché si sovrappone alle parole di quella canzone: un desiderio di partire per fare ritorno, non di abbandonare, ma di riscoprire. Mettere dentro una valigia non per portare via, ma per selezionare, sfoltire, recidere quello che non serve tenere addosso, appiccicato come un indumento sudato.  Me lo immagino questo antenato, a contemplare la valigia sul letto, ad accumulare carte ed indumenti, a sedersi per guardare fuori dalla finestra, prima di decidere che cosa tenere con sé. Perché non sta fuggendo, semmai arriva. Ma è più un tesoro quello che sta esaminando, è una valigia che contiene la sua vita. Chissà forse è appena sceso da un battello, o ha cambiato casa. O si sta esaminando. Ciò che trasmettere è una lucida serietà, la capacità di guardarsi dentro e di valutarsi con ironica misericordia, con il medesimo sguardo che si dovrebbe applicare a tutti, ma che si finisce per conservare solo per se stessi, e per giunta addolcito dalla compiacenza.
E ciò che questo mio bisnonno accumula mi pare come le immagini che ti porti appresso, succhiate qua e la dalla vita quando meno te lo aspetti e solo se sei sempre pronto a deporre i tuoi pensieri per accendere cuore e intelletto. Ho capito ad esempio il senso della paternità ben dopo che sono diventato padre: non perché non ne avessi coscienza, ma perché non ne avevo penetrato l’essenza. Una sera di Gerusalemme –anche questo è un verso di Vecchioni- scendendo attraverso il quartiere ebraico, vidi un bambino gettarsi fuori dalla sua casa per correre incontro ad un uomo gridando “abbà, abbà” e poi abbracciarlo. E lì tutto si è fuso, si è rappreso, e poi si è steso in un nuovo chiarore: tutto ha preso senso e profondità. E ho ripensato a mio padre. 
Dell’infanzia ti rimangono in mente immagini spezzate, vivide ma dai bordi taglienti, imprecisi. Ricordo un gioco che facevamo nella primavera promettente di Milano: ci sedevamo sul balcone della cucina, guardavamo la strada che si intravvedeva tra le costruzioni, e scommettevamo ad indovinare da quale direzione sarebbe arrivata la prossima macchina. Oggi quella stessa strada, se potessi tornare a vederla da quel balcone, penetrando i muri delle case che nel frattempo hanno oscurato la vista, la vedrei intasata da una coda senza fine in ogni direzione ad ogni ora del giorno.
E me ne sto qui ora, in silenzio, a guardare il tramonto, situazione banale da scrittore di seconda fila, eppure così quotidiana da assumere, se la si sbuccia rimuovendo quella patina di consuetudine che la rende sciatta e opaca, un valore acceso. Guardo e ascolto i suoni della città pacati e lievi, come la risacca e, prima di rientrare in casa dai miei, spengo la canzone che ancora Vecchioni mi cantava nella testa