domenica 28 marzo 2010

Lo sguardo di Lazzaro





E’ come quando giochi a nascondino da bambini. Ti nascondi. Ti fai piccolo. E aspetti. E non viene nessuno. Dapprima sei contento. Ti rallegri. Sei stato furbo. Non ti troveranno mai. Poi ti preoccupi. Ti spaventi. E poi capisci. Non ti cercano. Non ci hanno mai provato. Esci e scopri che stanno giocando ad altro. Se ne sono anche andati via. E tu sei niente. Dimenticato. Non ti guardano neppure. È stato lì che ho capito. Un segno per tutta la mia vita. Neppure ai margini. Perché lì c’è dignità. Neppure ultimo, che l’ultimo comunque ha un suo senso, ottiene rispetto. Semmai penultimo. Mai menzionato. Così. A sciabordare, pallido e slavato, nel campo cieco, nel pattume.  E così ho vissuto. Un predestinato? Forse. Forse da quella volta ho forzato io la mano al destino. Mi ci sono tuffato invece che cercare di sfuggirgli. Gli sono corso incontro, urlando, la sciabola sguainata. Perché non volevo fare la fine del codardo, ucciso con un colpo alla schiena. Rimorsi? Non so. Non oso neppure farmi la domanda per paura di non conoscere la risposta. Qualunque sia è sbagliata. L’errore perfetto. O l’orrore? Come questa sedia qui, abbandonata sul ciglio di un marciapiedi, senza una scopo specifico. Chissà, o forse sì: è la casa di qualcuno più disperato di me. Perché la mia miseria non è esteriore. No, anzi. Ho fatto carriera: ero così insignificante, gelatinoso che ce l’ho fatta a insinuarmi tra le fessure del sistema. A espandere la mia mollezza, a sfruttare la mia trasparenza, per salire. E apparire all’improvviso in posti che nessuno avrebbe mai creduto. E’ dentro che sento il vuoto. E’ quando chiudo la porta di casa mia, che ripiombo in quel buco: torno nell’angusto anfratto nel quale sono sparito per sempre, in quel mondo in cui nessuno verrà mai a cercarmi. Perché per uscire dal sepolcro, per tornare alla vita, ci vuole una voce che ti chiami per nome, che lo gridi il tuo nome, forte, che ti dica “vieni fuori” e ti aspetti, lì a braccia spalancate. E questa voce io non l’ho ancora sentita. C’è, sì, da qualche parte c’è?  Non posso immaginare che tanti si imbroglino con così assurda violenza. Perché li vedi, le facce da salvato,  gli sguardi da chiamato. Li vedo camminando. Anzi, scivolando inavvertito dentro la folla. Finché verrà un giorno, sì, lo so, lo devo sapere che verrà. Verrà un giorno in cui due occhi mi cercheranno, si fermeranno su di me, non per accidente, ma per volontà. E quello sarà il richiamo.

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