domenica 28 marzo 2010

Quando c'è l'amore




Ma che ne sapete voi dell’amore! Mica dove andare a cercarlo nelle pieghe della vita. Vi vedo che mi guardate di nascosto, fingendo di fotografare il panorama dall’altra parte della baia. Ma state guardando me che ho il coraggio di mettermi in posa, qui su questo muretto. Dove inizia la mia vita. Perché questa foto farà il giro del mondo. Mi disprezzate. Non cogliete la mia bellezza. Non, non parlo di quella interiore. Quella non la conosco. Mi sfugge. Non riesco a stringerla tra le mani neppure quando al mattino mi sporgo dalla finestra per riuscire a vedere il mare giù dalla collina, nascosto dal fitto intreccio di palazzi sporchi, e mentre assaporo la prima sigaretta del giorno, cerco di non pensare altro che alla mia vita, ai miei sogni, e di scendere in profondità dentro di me. L’ho letto su una rivista: calatevi nella caverna della vostra anima, stanate il drago nascosto e ruggite alla vita. Io ci provo, ma quando mi chino dentro trovo solo dolore, delusione, sporcizia: insomma, la mia vita. E non riesco più a ritrovare il filo che conduce a me stessa. Quando l’ebbrezza supera il limite che posso tollerare, e che riesco ogni giorno a spostare più in là, quando la sigaretta sta finendo, quando sento il fischio del caffè, quando riesco a ritrarmi da questo guazzabuglio nel quale ho paura ad avanzare, volgo lo sguardo verso la mia casa e piango. Non tutte le mattine. Spesso. Perché in questo minuscolo appartamento, scavato nella presunzione di chiamarlo dimora, messo assieme con pezzi sghembi, diseguali, assediato da un ordine maniacale per dare dignità alle quattro carabattole che parlano di me, in questo ciarpame c’è la mia storia. E soprattutto il mio futuro.
E’ della mia bellezza esteriore che sono orgogliosa. Quello che mi lancerà verso un futuro dal quale vi sorriderà irridendovi e voi proverete invidia e vergogna. Guardatemi. Non ho paura a sorridere all’obiettivo. Tra un istante lo farò. E alzerò lo sguardo che ora tengo accorto e pensoso. Mi fa paura. Ma posso farcela. Rizzare il capo in un gesto di sfida al mondo, a San Francisco che sta alle mie spalle al di là del mare, e sorridere a questa vita che mi si nasconde di continuo. No. Non sono stata sfortunata. E’ un alibi che lascio alle sciantose che incrocio quando vado al lavoro. Piagnucolano millantando insuccessi provocati dalle circostanze. Invece io no, con orgoglio mi vanto di aver sbagliato tutto quello che potevo e che questa vita insipida, inavvertita, banale, che scivola tra le ombre della città, è il frutto della mia libertà. E dell’amore. Che non ho mai trovato inseguendolo sempre nelle persone sbagliate. Al punto che ormai mi chiedo, nei fugaci momento in cui scroscia dentro di me una consapevolezza morbida e tiepida, se non sia io quella che ha sbagliato a capire che cosa l’amore sia realmente. Eppure è così chiaro quando lo vedi in televisione. Entri in uno di quei bar e ne esci con la felicità. L’ho fatto. Sembrava così semplice. Ho scelto. Non mi sono mai fatta usare. Tutto ciò che ho trovato è un letto da rifare. Lenzuola da lavare. Toccava a me. E ogni volta un gusto amaro che nasceva piano, sommergendo quel senso di carne accesa e compiaciuta, e poi montava come un’onda gagliarda per non sommergere, ma accarezzare ogni cosa e avvolgerla e lascarle addosso una patina prima brillante poi via via sempre più opaca fino a diventare grigia come caligine. Ecco questo è il colore della mia vita: seppia. Come le foto che scolori artificialmente per fingerle vecchie. Io sono vecchia. Ma dentro, non fuori, che ancora gli uomini mi inseguono. E i vostri occhi. Spenti e giudici. Ve la farò vedere. L’ho deciso oggi, quando ho raccattato questo slavato ometto per convincerlo a venire qui a farmi queste foto, quelle grazie alle quali la mia vita cambierà. Gli sfuggirò dopo. Rientrati in città, lo lascerò a bocca asciutta. Dopo che mi avrà restituito la dignità regalandomi questi scatti.  Le stamperò, con cura. Nel corner del magazzino dove lavoro. Chiederò un favore. Me lo concederanno. Poi la più bella la metterò in cornice. E l’appenderò sul muro. E guardandola, ogni sera e ogni mattina, mi renderò conto di quello che avrei potuto diventare. E troverò quel filo che forse potrà condurmi via da qui.

Tu che sai





Ti senti bella. Di più. Ti senti fine, elegante. Se fossi vissuta nel secolo scorso ti saresti trovata a tuo agio nei panni di una nobildonna francese o di una baronessa russa; o forse, meglio, saresti stata un'eccellente milady inglese, generosa anche con la servitù. Cammini con tranquillità, lo sguardo alto, il portamento altero di chi sa di valere e di non avere nemmeno bisogno di dimostrarlo. Non vesti in modo affettato per affascinare: sai che non ti serve, ti basta la semplicità, anche se non sobria, ma piuttosto raffinata. Non solo, ma hai capito benissimo, lo spiegavi proprio ieri alla tua amica in mensa, che un abbigliamento appariscente invece che colpire la fantasia di un uomo e scuoterne il cuore, lo afferra solo per i genitali ispirandogli pensieri indegni per lui e per te. " Preferisco piuttosto il sussiego", le dicevi, "forse un po' esagerato in quest'ambiente aziendale, ma sicuramente più distinto che la volgarità". E tu vuoi certo distinguerti. Nel lavoro sei precisa, attenta, anzi perfetta: arrivi molto più in là di dove potresti fermarti e ci tieni che gli altri se ne accorgano. Manovri perciò in modo che i tuoi successi siano visibili, senza che sia tu a renderli palesi. Abbandoni con sapiente noncuranza una statistica vicino alle vaschette della posta interna, perché sai che i curiosi non mancano e che verranno a chiederti ulteriori spiegazioni, finendo per lodare la tua iniziativa. Ti presenti alle riunioni con dati sempre aggiornati e stupisci tutti i superiori presentando già informazioni che ti avrebbero chiesto in futuro. Poni agli altri domande delle quali conosci già le risposte e di fronte alla loro ignoranza suggerisci una possibile soluzione, quella giusta ovviamente, e ottieni la loro gratitudine e la loro stima. Quando ti lodano, ti schernisci: riesci ad arrossire appena. Sorridi. A volte una risata lieve ed argentina tintinna tra le tue labbra appena socchiuse. Accavalli le gambe, giri intorno lo sguardo assumendo un' aria modesta che mal si adatta al tuo viso. Alzi le spalle, chiudi il colletto della camicetta con un gesto vezzoso e cambi discorso. Se chi ti loda ripete il suo encomio, non fuggi più e ti lasci ammirare. Sei severa: siccome sei rigorosa con te stessa, pretendi, a ragione, che tutti i tuoi colleghi lo siano altrettanto. Non sopporti i lavori affrettati, non sei propensa a scusare, anzi cerchi sempre il lato più torbido nelle azioni degli altri. E' come se ritenessi impossibile che attorno alla tua luce splendente possa esistere ancora qualche piccola chiazza di buio: tutto viene fatto contro di te, non soltanto per superficialità. Sei donna: questo basta a condannare gli uomini in una sorta di contrappasso per tutte le angherie che nei secoli il sesso femminile ha dovuto sopportare nel mondo del lavoro. Quando l'irritazione sfiora il tuo viso, allora è il temporale: nuvole gonfie e cerulee si annidano nei tuoi occhi e la grandine sferza chiunque osi varcare la soglia del tuo ufficio. Cambi persino voce: non potresti lasciarti andare a espressioni volgari, certo inadatte ad una signora, con il medesimo tono con il quale commenti l'ultimo film che hai visto. Il collo ti si irrigidisce e tutta la tua femminilità si rovescia in scatti di ira, come se tutte le ferite, che tu credi di aver accumulato in una vita di lavoro, potessero venire risanate in un rabbioso duello che contrappone il tuo orgoglio alla fatua insensibilità degli altri. "Sono donna" pensi dentro di te in un lampo nervoso, "e non lo vogliono capire: o meglio, lo capiscono fin troppo e non si rassegnano. Che mai succede? Una donna, sposata per giunta, che lavora e produce assai meglio di tanti uomini? Che sia prostrata professionalmente, che le sia negata l'informazione e la sua gestione venga potata laddove questo non comporti rischi per l'azienda". Questo è quello che leggi negli occhi dei tuoi colleghi e non c'è ragione per odio più profondo. Insulti ad alta voce, forse più rivolta a chi può ascoltarti che non al tuo nemico. Sai di avere l'attenuante della ragione, che nessuno può negarti, e perciò superi con voluttà il limite della decenza, sicura che nessuno verrà a rimetterti al tuo posto. Comunque, hai sempre l'attenuante dell'isteria femminile: non è né onesto, né professionale, ma qualche volta è un alibi comodo, soprattutto per loro che lo pensano. Non sempre riesci a trovare in breve tempo la strada che ti riconduca alla serenità, ed allora sono giorni bui per tutti. Parli a scatti, agiti frenetica le mani, spargi documenti sulla scrivania per riordinarli e di nuovo suddividerli in compiti diversi. Togli e rimetti gli occhiali di continuo, come se l'inquietudine che porti dentro potesse placarsi con i gesti del corpo. Il tuo viso si indurisce, cambia colore: gli occhi si assottigliano assomigliando sempre di più a due feritoie incise di sbieco sulla garitta di una torre di guardia. Se non avessi già smesso, e ogni cosa che tu decidi non può cambiare, ti metteresti a fumare con rabbia, solo per il gusto di deformare la tua immagine e attirare ancora di più l'attenzione su di te. 
Non ti ho mai visto piangere, non è da forti. Il tuo rancore sublima lentamente. Spesso ti basta sfogarti con qualcuno dei tuoi confessori, che cambi spesso, dando la preferenza agli ultimi arrivati, soprattutto se più giovani di te. Con loro puoi giocare la doppia carta della donna di esperienza e della madre premurosa. Ti stanno a sentire, spesso di te si innamorano: non certo abbassandoti al ruolo di una possibile amante, ma innalzandoti sul piedistallo della donna ideale o della sorella desiderata. Stanno lì, con gli occhi lucidi, rosi da questa casta passione, a guardarti mentre parli loro di questo e di quello e sorridi e il tuo volto si illumina. Allora, dal loro silenzio, dall'ammirazione che riempie la stanza intera, vieni purificata e riacquisti il tuo sguardo limpido. Loro sorridono con te, felici di aver riacquistato la loro dea e di aver contribuito, con il loro amoroso sacrificio, a pacificarla. Tornata la calma, ti guardi in giro, con una mano riordini i capelli e ti senti salire verso l'alto, in quelle regioni del cielo dove splende di nuovo il sole, per riprendere il tuo posto. Non si può certo dire che semini discordia o che ostacoli i colleghi. Certo, non rifiuti a nessuno il tuo disprezzo: il tuo primo sentimento è il dubbio e il colpevole di una simile abitudine meriterebbe un odio feroce. Ami conversare sottovoce durante le riunioni, come una studentessa dell'ultimo banco, sottolineando errori e trasgressioni degli oratori, soprattutto di quelli che hanno meno confidenza con te. Non hai tutti i torti. Prendi nota, non dimentichi mai le ferite che pensi di aver ricevuto dai colleghi e, come un disco fisso di infinita capacità, registri tutto al posto giusto -per te non esiste il comando che cancella i ricordi- come se potessi poi ergerti, proprio tu, a boia nel giudizio finale sulla vita di ognuno. Se ai colleghi non risparmi il tuo odio, quando -secondo te- lo meritano, sai intrattenere amabilmente i clienti, come si conviene ad una vera signora, e certe riunioni, affidate alle tue cure, assumono più il tono vaporoso di un the fra amiche, che non la rigida cortesia del lavoro.
Non hai figli e ormai non ne vuoi: lo fai per loro. "Come potrei essere una buona madre? Come potrei seguire un figlio nel modo giusto", commenti spesso con le amiche, "se tutte le sere il lavoro mi costringe a tornare a casa tardi e se spesso mi tocca cenare fuori? Come potrei smettere di lavorare per prendermi cura di lui? I soldi non bastano mai per il necessario: e non vorrei certo vedere mio figlio vestito male o frequentare brutte compagnie. Preferisco un figlio di meno, ma un golfino di più e siccome figli non sono arrivati prima, adesso è meglio lasciar perdere". Tuo marito è d'accordo. E' un chirurgo di fama. Tu adori la sua figura, così austera e imponente, sprizza carisma da tutti i pori. E' alto, leggermente brizzolato, la carnagione appena brunita e occhi seri. Non sorride spesso e incute rispetto, più che timore. Ha gesti lenti, precisi. Sfoglia le pagine di un libro come se stesse operando a cuore aperto. Ciò che ti ha sempre colpito di lui sono le mani: le dita affusolate e le palme larghe e morbide come batuffoli di nuvola possono accarezzare con delicatezza e al tempo stesso sanno incidere rapide e precise per ridare la vita. Ogni suo sguardo ti accende di tenerezza: quando torna stanco alla sera, sai dargli quel calore che desidera senza fargli pesare la tua stanchezza. Vuoi essere una moglie degna di lui, anche per questo punti in alto nel lavoro. Sai che la sfida, prim'ancora che con i tuoi rivali, è con il tuo sesso: proprio per questo arriverai. Certe volte ti irritano le donne, perché si ostinano a volare basso, come galline, mentre tu hai l'ardire dell'aquila. Ti infastidisce sapere che si accontentano, considerando un peso quello che per te ha grande senso. Guardi con distaccata simpatia le tue colleghe che parlano di asili, bambole, influenze. Ami i bambini, purché stiano lontani. Dici di essertene fatta una ragione e lo sguardo ti si vela di sottile malinconia, come per una commedia che avresti voluto proprio andare a vedere, ma che ti è sfuggita a causa di impegni improrogabili.
Ti turba, qualche volta, pensare forte alla tua vita: ti sembra che scivoli come una barca sulla corrente di un fiume. Te lo immagini largo, limaccioso, le rive confuse dalla boscaglia, come quello che vedesti l'anno scorso in Brasile durante le vacanze. Sai che tutta quella tranquillità nasconde, prima o poi, una improvvisa cascata: non è che ne temi la pericolosità, ma piuttosto detesti l'idea che potrebbe coglierti impreparata. Allora scosti le tende e guardi fuori dal vetro della tua villa di campagna, ti stringi nella camicia da notte di seta per scacciare quel brivido che senti più dentro che fuori. Le foglie degli alberi muoiono nel vento e vengono a giacere sull'erba del tuo giardino. Le fissi alterata, ti sembra che qualcosa stia colando dentro di te: una sorta di miele acido e vorresti liberartene. Tuo marito ti si avvicina, ti stringe per le spalle, ti posa un bacio sui capelli. Tace. Chissà a cosa pensa? Chissà se condivide le tue stesse indecisioni, se anche lui cerca di scivolare sotto la calma superficie del fiume, o se desidera prender terra in qualche punto della riva? Chissà se pensa mai al fiume o se s'immagina la vita in modo diverso dal tuo? "Chissà se vive", ti domandi, "e se vivo anch'io con lui". La luce sta pulsando nel cielo grigio. Tu che sai cosa vuoi, o credi di saperlo, ti riscuoti ed indicando le foglie che si accumulano sul prato come un tappeto giallo, gli dici: "Bisognerà toglierle dall'erba o la soffocheranno tutta".

Lo sguardo di Lazzaro





E’ come quando giochi a nascondino da bambini. Ti nascondi. Ti fai piccolo. E aspetti. E non viene nessuno. Dapprima sei contento. Ti rallegri. Sei stato furbo. Non ti troveranno mai. Poi ti preoccupi. Ti spaventi. E poi capisci. Non ti cercano. Non ci hanno mai provato. Esci e scopri che stanno giocando ad altro. Se ne sono anche andati via. E tu sei niente. Dimenticato. Non ti guardano neppure. È stato lì che ho capito. Un segno per tutta la mia vita. Neppure ai margini. Perché lì c’è dignità. Neppure ultimo, che l’ultimo comunque ha un suo senso, ottiene rispetto. Semmai penultimo. Mai menzionato. Così. A sciabordare, pallido e slavato, nel campo cieco, nel pattume.  E così ho vissuto. Un predestinato? Forse. Forse da quella volta ho forzato io la mano al destino. Mi ci sono tuffato invece che cercare di sfuggirgli. Gli sono corso incontro, urlando, la sciabola sguainata. Perché non volevo fare la fine del codardo, ucciso con un colpo alla schiena. Rimorsi? Non so. Non oso neppure farmi la domanda per paura di non conoscere la risposta. Qualunque sia è sbagliata. L’errore perfetto. O l’orrore? Come questa sedia qui, abbandonata sul ciglio di un marciapiedi, senza una scopo specifico. Chissà, o forse sì: è la casa di qualcuno più disperato di me. Perché la mia miseria non è esteriore. No, anzi. Ho fatto carriera: ero così insignificante, gelatinoso che ce l’ho fatta a insinuarmi tra le fessure del sistema. A espandere la mia mollezza, a sfruttare la mia trasparenza, per salire. E apparire all’improvviso in posti che nessuno avrebbe mai creduto. E’ dentro che sento il vuoto. E’ quando chiudo la porta di casa mia, che ripiombo in quel buco: torno nell’angusto anfratto nel quale sono sparito per sempre, in quel mondo in cui nessuno verrà mai a cercarmi. Perché per uscire dal sepolcro, per tornare alla vita, ci vuole una voce che ti chiami per nome, che lo gridi il tuo nome, forte, che ti dica “vieni fuori” e ti aspetti, lì a braccia spalancate. E questa voce io non l’ho ancora sentita. C’è, sì, da qualche parte c’è?  Non posso immaginare che tanti si imbroglino con così assurda violenza. Perché li vedi, le facce da salvato,  gli sguardi da chiamato. Li vedo camminando. Anzi, scivolando inavvertito dentro la folla. Finché verrà un giorno, sì, lo so, lo devo sapere che verrà. Verrà un giorno in cui due occhi mi cercheranno, si fermeranno su di me, non per accidente, ma per volontà. E quello sarà il richiamo.

Passione e sentimento



La passione è una bestia che si controlla facilmente, non fosse che per orgoglio: il sentimento no.
Con la passione ci giochi, l’accarezzi in coda al semaforo quando ti diverti a fissare e sorridere dentro le macchine dove un’affascinante ragazza accetta e ricambia la sfida dei tuoi occhi. Felici entrambi che tutto svanirà pochi secondi dopo, quando il rosso della passione si dissolverà nel verde del semaforo. Forse la insegui, giocando più con te stesso, e lei sembra accettare fino a quando un (im)provvido autista ti sbarra il passo e ti riapre le porte del tuo universo. Il sentimento ti scardina: come un vento, che sorge gentile per trasformarsi in tempesta, ti piomba addosso proprio quando gli vai incontro allegro e presuntuoso e ti rovescia come un guanto. Perché si appoggia sul tuo orgoglio.
Ti è successo: proprio quando credevi che non sarebbe mai potuto accadere: ti sei innamorato di un’altra donna. Ma non è una questione di carne, di quegli ardori che entrano dagli occhi e, grassi, scivolano giù oltre lo stomaco per fermarsi tra la gambe e scuotere. No: questo ti si è fermato nel cuore, come la piuma bianca di Forrest Gump, e non sembra volersene andare via. Sta lì, quasi nascosto, timido, ti sgrana gli occhi contro, stupito e svagato, come un bambino infreddolito che ti si ripara addosso e teme solo che tu lo voglia scacciare via, nel cuore dell’inverno. E come si fa a mandarlo via, nel gelo? Nella tormenta? Com’è facile crearsi degli alibi quando non vuoi guardare in faccia la realtà?
Che farai? Ti guardi addosso smarrito e non trovi una soluzione. Una sola soluzione esiste: è proprio quella che escludi in partenza. Perché credi di averne il coraggio.
E’ successo per caso: come avrebbe potuto altrimenti?
Non te l’aspettavi: tu così imbolsito nella tua sicurezza, nella tua spocchiosa certezza di non commettere errori, né tanto meno di aprire la strada a debolezze che annidandosi nella tua vita potrebbero mettere in forse il castello di moralità che ti sei costruito intorno. Eppure è successo: un granello di sabbia nell’ingranaggio, una concessione alla vanità, o forse soltanto la trascuratezza, e quel vento ha trovato lo spiraglio attraverso il quale insinuarsi. Come serpe nelle fessure del muro.
Una battuta lasciata cadere forse più per riempire un fastidioso vuoto che per comunicare una notizia importante: “la prossima settimana sono a Firenze per lavoro”. “Allora la invito a cena”. Un brivido. Hai lasciato cadere le cose, ma queste sono rimaste in piedi. Hai avuto l’impressione che lei insistesse e un primo sorriso, diverso dal solito, non dunque di serenità, ma quasi di vittoria, ha leggermente piegato le tue labbra. Non ce l’hai fatta a tirarti più indietro. Perché? Per vanità? Per il desiderio di sentirti desiderato, tu, proprio adesso che senti il tuo corpo disfarsi con dolcezza non sotto i colpi di un’età che scappa, non puoi pensare questo quando i quarant’anni sono ancora una frontiera lontana, ma per il leggero picchiettare del lavoro, come di quelle attività che senti così tue, che ti lavorano l’addome e i polmoni, depositando nel primo quello che sottraggono ai secondi. Desiderato poi? Per che cosa? Per chi? Che cosa è stato? Che cosa ti ha fatto abbassare quella tua guardia di cui sei così orgoglioso? Forse un orgoglio più grande? La pretesa di ricostruire? Di essere importante per qualcun altro, anzi, diciamolo con chiarezza, per un’altra donna?
Ecco sì, me ne accorgo cogliendo quel gesto, quasi impercettibile, di fastidio che ha preceduto il tuo sorriso: una venatura di tollerante ironia, come per allontanare -da chi: da me? Da te?- il sospetto. La vanità sa scegliere strade impervie e difficili per perforare l’anima e riemergere ammantata di sentimenti innocui: è quella macchia da sempre impressa nelle profondità dell’intimo, che spinge te, come ogni altro uomo, a cercare un’affermazione. Di più: l’affermazione. Un continuo, inarrestabile cammino che ha bisogno sempre di nuovo consenso, perché quello rinnovato non basta più. E’ questo che ti è sembrato di vedere? La caccia? Banale! Proprio per questa desiderata! Essere di nuovo dio per qualcuno?
Di certo, da quel momento è cambiato qualcosa. Hai atteso il giorno della partenza con la stessa ansia con la quale da bambino aspettavi la mattina di Natale. In macchina giocavi con la radio. Fermo all’autogrill, le briciole del panino ancora sulla barba, il respiro infastidito dalla puzza di fumo che inondava il locale, hai avuto una esitazione. Ti sei fermato con il telefono in mano, il numero già composto sul visore, il dito pronto a premere il tasto. Che cosa hai visto? Qualunque cosa fosse, non è stata più forte della tua agitazione. Hai pigiato, la telefonata è partita, lei ha risposto. Un po’ fredda per la verità, quasi distaccata. Hai avuto l’impressione che si fosse pentita di ciò che ti aveva detto solo pochi giorni prima. Hai avuto paura: non tanto di aver perduto qualche cosa che ancora non avevi, quanto di aver sprecato la tua sicurezza in un sogno che non aveva radici. Ti sei preoccupato più per il tuo orgoglio che per la tua tranquillità. Ti sei visto trascinato e deriso dalla tua vanità, gettato in mezzo alla piazza, umiliato, beffeggiato. Hai avuto paura.
La sua voce si è raddrizzata, ammorbidita, forse era solo la tua medesima tensione, la fatica della costruzione, un momento poco adatto. Avete combinato per la sera dopo. Ancora una giornata di attesa. E’ stato lì che hai cominciato a crearti alibi, a ingannarti con l’innocenza e la semplicità di una cena con una cliente, affermazione peraltro incontestabile. Un’angoscia di segno inverso ti ha allora assalito costringendoti a sedere. Un pensiero martellante che ha cominciato a combatterti ti ha persino tolto la voglia di mangiare. Te ne sei andato di filato nella tua camera d’albergo e ti sei buttato sul letto, la televisione accesa, fingendo di sfogliare libri e appunti di lavoro, come per prepararti alla giornata seguente. La cui sera è calata di schianto. Una mano che scuote i capelli. L’altra che chiude la porta della stanza. Il cielo strina di colori: brucia e sanguina al contempo. Come te. Un vente leggero si porta via il tuo onore. Bastava così poco: l’avresti creduto?
Hai preso l’auto, acceso la radio prima ancora di mettere in moto, e tutto ha cambiato velocità. La strada è volata via fino al parcheggio dove vi sareste incontrati. La musica è più galeotta dei libri: non so se avessi scelto apposta la voce di Michael Pfeiffer o se è stato tutto un caso, ma mentre attendevi, seduto in macchina, anche impaurito, guardando ogni vettura che ti si affiancava per riconoscere lei, quella My funny Valentine ti ha confuso ancora più le idee al punto che hai finito per lasciarle da parte e affidarti al cuore, che non sa spesso dove va. Finalmente lei è arrivata.
Sorride. Vi date del lei. State lontani. Sali sulla sua macchina. Cominci a parlare: lento, distaccato, professionale. Non sai che cosa vuoi. Neppure lei probabilmente. Arrivati. Parcheggio. Due passi. Il ristorante. Ordinate. Parlate di vicende ai margini; poi il cerchio si stringe: la tua vita, la sua vita, i ricordi, il passato, il presente. La voce ha cambiato tono. Uscite. E’ ancora presto. Si fa due passi per le stradine del centro. La temperatura è morbida. Lei ti cammina vicino, ti verrebbe quasi voglia di prenderla sottobraccio. Resisti. Vorresti fosse lei a farlo. Non lo fa. Ti dispiace. Ridete. Ti riporta alla macchina. Le avevi preannunciato un regalo, nulla di personale, solo un libro del quale avevate già parlato e che è collegato in qualche modo alle sue vicende passate. Glielo dai. Vi salutate. Lei si sporge e ti bacia sulle guance. “Ci rivediamo?” , ti chiede. “Se le fa piacere”, abbozzi ed aggiungi come per difenderti, “sarò qui di nuovo tra quindici giorni, se è libera e lo desidera mi chiami”. “Senza dubbio”, risponde e invece il dubbio comincia già a morderti.
E’ già tutto finito. Eppure quell’attimo nel buio, illuminati di taglio dall’insegna dell’albergo, mentre siete rimasti vicini, ti ha lasciato una ferita profonda. Come nei film avresti voluto fermare il suo movimento. Sporgerti piano anche tu in avanti e con delicatezza baciarla. Quell’attimo congelato in cui gli occhi si guardano interrogandosi e scorgendo gli uni negli altri angoscia e desiderio, ma di nuovo non una sensazione forte, carnale, quando una tenerezza infinita. Ecco, quell’attimo che non può che accadere una volta tra un uomo ed una donna perché poi tutto sarà differente, qualunque sia la direzione che le vicende prenderanno. E’ questo che desideri? Vivere una scena che ti è stata rubata nel passato? Essere protagonista di una nuova storia d’amore? Non lo sai neppure tu: ti affascina la sequenza di fotogrammi. E dimmi: che cosa sarebbe accaduto dopo? Non ammetti che puoi pensarci. L’amore oggi è merce al dettaglio e tu non vuoi comperare. La dolcezza è padrona più crudele della vigliacca passione: quest’ultima molla la presa quando la scuoti al mattino, la prima non morde neppure, scivola dentro. Non ti era mai successo. Accenderti sì, è la natura che si agita e ti vantavi di metterla a tacere, di saper voltare lo sguardo, a volte con un secondo di ritardo, al punto che l’immagine ti rimaneva addosso, non per molto però. Adesso invece guidi piano nella notte toscana, risali lungo l’autostrada declivi secchi e crudi mentre rientri in albergo. Ascolti una musica che tormenta: l’hai scelta tu questa volta. La stessa voce della stessa Michelle Pfiffer che canta ancora My funny Valentine: lo stesso struggimento, no anzi: diverso. Profondo, rosso e rumoroso. E tu non sai spegnere quella melodia così come non riesci a tagliare una vicenda che non è che all’aurora eppure scalda come se fosse a mezzogiorno. La colpa ti macera dentro, la ricacci cercando di annegarla con un fiume freddo di giustificazioni. In realtà aspetti come un bambino che l’incontro si ripeta, che quel piccolo amore cresca. Il sonno ti sorprende come un ladro, più per pietà sua che per tua scelta. Ma puoi ancora scegliere ormai? 

Ripiegato




Vorrei essere stato io. Vorrei averlo ucciso io. Almeno la facevamo finita e non se ne parlava più. Invece no. Non solo non sono stato io, ma neppure so nulla di ciò che è successo. Non basta. Non mi credono. Si sono convinti. E non riesco a fargli cambiare idea. Perché ogni parola, ogni gesto, ogni colore loro lo incastrano nel loro castello. E tutto li conferma nella loro devastante ipotesi. Non so perché. Qualcuno all’inizio ha avuto questa idea. E se ne è innamorato al punto da diventarne prigioniero. Di più. E’ diventato lui. Si è insinuata lui, lo possiede. E quindi nulla potrà mai fargli cambiare idea. E le cattive impressioni, si sa, fanno presa. Crescono più in fretta perché alimentate da quel vento tiepido e calmo che vive dentro ognuno di noi. Non so come definirlo, non credo sia invidia. Di che poi? Del mio misero lavoro? Della mia vita insulsa che cercavo di rendere meno segalina ad ogni alba? E che spegnevo nel sonno, a volte piatto, altre profondo, il più delle volte sensibile e sudato, ogni santa notte? Non è invidia. E’ quella voglia di fare del male, di non credere. E’ la sfiducia nell’uomo. perché ognuno si sente sempre vittima. E mai carnefice. Curioso, ciò che più invochiamo dagli altri, è proprio ciò che meno siamo disposti a concedere: sia che si tratti di pazienza, sia di pietà, sia di comprensione. Ho letto da qualche parte che la carità più che nel dare consiste nel comprendere. Parole sante. Ma anche atroci. Perché così come si scolora la carità nell’elemosina, si avvelena la comprensione nella maldicenza. Ammantandola di buona fede si pretende di toglierle l’acido. Ne ho sentiti tanti. Nessuno osava accusare. Ma va! Piuttosto millantavano misericordia, pretendendo di addolcire il messaggio con la falsità di espressioni come “pover’uomo” “si dice” “ma ti pare vero che..”. E godevano di questa loro capacità di velare. E così, è scivolata via anche la dignità. E ho iniziato a maledirmi per non avere commesso il reato. Perché allora sì che avrei riconquistato il loro rispetto.  Sarei salito in cattedra, avrei spiegato e rivendicato e affermato. E in questa rivendicazione della mia libertà, sarebbe sorta la denuncia della società. Allora mi sarei assicurato la loro pietà. Forse anche di più. La loro ammirazione. Sarei sceso nelle aree televisive. Il mondo sarebbe stato mio. Rimpiango la codardia dell’onestà. Perché mi ha ripagato con l’espulsione dalla vita. E non c’è stato altro che ripiegarmi, mettermi via, insinuarmi in un cassetto dell’esistenza, dove solo la naftalina può proteggermi dalle tarme e dai tormenti. Un oblio fatto di fughe, di volti chinati, di passaggi nell’ombra. E non posso neppure rompere i confini di questo paese perché l’indagine non me lo consente. Come se non avessero già sdrucito tutto. Squartato ogni particolare. Come vorrebbero fare di me. Ho già confessato. Ma il crimine che ho vomitato fuori non è quello che interessa loro. Né alla gente che aborre di vedere negli altri le miserie che cercano di nascondere a se stessi. Non ci sono più le mezze calzette di una volta: ciò che la gente vuole sono i grandi trionfatori per ammirarli ed invidiarli, racchiudendoli in un odio puro, senza limiti; oppure i grandi peccatori, per disprezzarli e rialzarli ammanendo senza riparmio la propria misericordia e mostrandosi così più grandi di coloro che giudicano. E sto qui, ad aspettare che la morte, che ha già devastato il fisico, finisca per penetrare nell’animo e lo spenga del tutto. A meno di trovare, da qualche parte, in qualche sguardo, una luce che parli di un riscatto che possa ridarmi non dico l’onore, ma almeno il rispetto di me stesso.

Noi due e un daiquiri



E chi l’avrebbe mai detto? Incontrarti qui dopo tutti questi anni? Indecisi se fingere di non riconoscerci o fingere di provare interesse, quasi gioia, abbiamo optato per fingere di desiderare un drink insieme. Daiquiri. Anzi Dàiquiri, come dicono qui con sfrontata ostentazione, solo perché tra le ville squillanti di colori che tempestano Key West ce n’è una appartenuta a Hemingway. Il corpo si sfa, quando il dolore di vivere viene lenito solo da ciò che può gonfiarlo, solido, liquido o gassoso che sia. Vedo che questa mia convinzione deve arricchirsi di altre interpretazioni, che se allontanano la colpa, le responsabilità avvicinano, distinguendo per eccesso di viziosità la prima dalle seconde, per le quali solo la piena avvertenza e il deliberato consenso hanno valore. Eppure ricordo ancora l’ultima volta che ti vidi, senza sapere che sarebbe stata l’ultima, perché l’avrei dipinta con più enfasi, con più poesia, con suoni pastello perché si imprimesse bene nella mia mente. Ci amavamo. O meglio, c’è stato un momento in cui ci siamo amati. A modo nostro. Dovrei chiedermi se anche tu amavi me, ma so che incontrerei una speculare domanda nella tua storia personale.
Eravamo giovani? Lo si dice sempre. E’ un alibi per evitare di soffrire richiudendo vecchie ferite che ancora suppurano.  Ricordo ogni centimetro quadrato delle vie nelle quali la nostra storia è rimbalzata, e chissà perché non riesco a non visualizzarle se non sotto la pioggia, o comunque un cielo grigio e invernale. I colori si spengono, senza negare le cose, ma ricoprendole di fuliggine. La quale non so se stia nella mia memoria o nelle nostre vicende di un tempo. Ricordo con lucida crudeltà il tuo viso quando andammo dal veterinario a riprendere il tuo gatto, che avrebbe dovuto sostenere una operazione di routine per renderlo appassito, e invece lui ti mostrò solo il suo freddo cadavere dicendo “c’è stato un problema”. 
Ricordo che fui sommerso da sentimenti spigolosi e contrastanti: rosso, per la paura, la vergogna, la passione; viola come il dolore, la stanchezza, l’irritazione; marrone quasi la speranza di poter avvolgere in un abbraccio quel tuo patire e scioglierlo dentro di me rilasciando dolcezza e lievità. Scoppiasti a piangere ripetendo il suo nome e solo alla fine, in un istante di contenuta debolezza, cercasti rifugio tra le mie braccia, ma trattenendoti, come intimidita più da te stessa che da me, che peraltro provavo così tanto compiacimento che non avrei saputo trarre vantaggio dalla situazione. La goffaggine della giovane età a volte è una difesa che la vita erige per evitare conseguenze devastanti.
Poi sei scivolata via. Non ho sofferto. Eri già dietro altre vicende, altri dolori. Mi avviavo verso quel cammino solare e brezzolato che sarebbe stata la mia vita. Con un’altra donna. Che ho amato fino al giorno in cui mi ha chiesto conto della promessa che mi aveva estorta: lasciare che fosse lei la prima ad andarsene. Non posso parlarti di quegli anni, così tanti da sembrare pochi, un tratto di penna sulla pagina giornaliera di una agenda. Perché quando ami non è mai abbastanza il tempo: né in altezza, né in profondità, né il lunghezza.
E quindi ora aspetto, il momento di riunirmi a lei, senza fretta, senza dolore, abbandonato in una volontà che non è mia. Non lo ammazzo questo tempo, lo vivo: certo ricordando, certo immergendomi nelle emozioni del passato, ma con la certezza che non posso lasciarmi vivere, non sarebbe giusto.
E se sono qui oggi in un certo senso è per onorare la sua memoria, non per celebrare una malinconia o peggio desiderare il passato.
Per questo mi ha colpito rivederti qui, è come se il tempo si riavvolgesse su se stesso, senza chiedermi di ingurgitare gli accadimenti di un tempo, o peggio rimetterli in scena come una vecchia band che pateticamente torna insieme per compiacere se stessa. E’ come un messaggio che rimanda al senso nascosto i fatti già avvenuti e che non avevo compreso, un dono per darmi una seconda opportunità di capire.
Metto le mani avanti: non provo nulla per te, se non quella stemperata amicizia che si annoda a ricordi comuni, anche se stinti e disciolti negli anni che li seguirono. Forse non ricordiamo neppure gli stessi colori, o i suoi, o la declinazione delle parole. Eppure mi fa piacere vederti.
Affogo nel daìquiri il mio dolore? No. Confermo. Non provo dolore di vivere. Forse tu, forse questo ho letto nei tuoi occhi. Forse c’è stato un tempo, appena dopo, in cui ho avuto bisogno di fisicità per soffocare, per dare senso, per mettere in ordine: invece che buttarmi sull’agire, mi sono messo a mangiare. Capita. Ma tu? Che bisogno avevi? Di quale colore è il tuo dolore? Se c’è? O la tua gioia? Avrai tempo per raccontarmela fino in fondo. Sono l’uomo che ascolta. Sorseggia con calma il tu drink.

sabato 27 marzo 2010

Questa è la mia vita





Non è per rabbia o per disperazione. No. Non c’è rivincita in ciò che faccio. Non saprei a chi indirizzarla. Non che la mia vita sia sempre corsa via serena e lieve. Non dico questo. Non posso però lamentarmi, grandi sofferenze non hanno solcato i miei orizzonti. Non ho provato dolori intensi, quelli che scuotono l’anima, quelli che ho visto negli occhi di alcuni amici, amici poi, parola troppo nobile e ricca per descrivere quelle conoscenze che mi sono fluite intorno. Non ho avuto amici, ecco. Non ho conosciuto che cosa l’amicizia significasse, perché non mi è stato concesso di soffrire. Non  l’hanno fatto per crudeltà, tutt’altro. Non ha pensato che a me e alla mia felicità, di questo sono sicura. Non hanno forse ritenuto che privandomi della sofferenza, mi stavano privando della vita stessa.  Non gliene faccio una colpa, credo che semmai potrei solo riconoscere un eccesso di amore, ma di amore grezzo, superficiale, per quanto profondo possa essere stato, imperfetto. Non riesco a spiegarmi: come ho potuto scrivere che l’amore che mi è stato rivolto è definibile come profondo e superficiale al tempo stesso? Non trovo le parole esatte, poiché in realtà è proprio così: profondo, rosso, sonoro come un sassofono che avvolge in una atmosfera densa e fumosa, ma non sporca e unta, così intenso da togliere il fiato, intenso fino all’oppressione, ingordo; superficiale, verdino, squillante come un clarino, un po’ stonato, che trilla senza ritmo, fuori misura, più per piacere a sé che per accordarsi alla sinfonia. Non capisco come possa essere successo, ma solo adesso che, mentre cammino su questa spiaggia che sembra non finire, deserta, alla luce bassa dell’alba, adesso che per la prima volta metto ordine non ai miei pensieri, che ho sempre conservato piegati e profumati ognuno nel loro cassetto, ma ai ricordi, che mi inseguivano come sciami d’api e io li sfuggivo, per proteggere ciò che volevo mi raccontassero, adesso che rifletto con logicità e metodo, adesso che analizzo, separando le emozioni dal loro significato, adesso che voglio capire questo amore che cosa è stato in realtà, come ha cambiato la mia vita, a chi è stato realmente rivolto, adesso mi viene voglia di piangere, e continuo a camminare.
Non ho che conosciuto la mediocrità, ecco. Non ho conosciuto un vero amore. Non amavano me, ma loro stessi in me. Non rappresentavo che una proiezione del loro amore, un oggetto che riflettesse quel senso, evidentemente inappagato fino a quel punto, di un affetto profondo. Non cercavano me, ma loro stessi, nel riflesso della mia vita, nello specchio che la mia vita rendeva loro. Non volevano soffrire e mi hanno rubato il dolore. Non volevano infelicità e mi hanno privato della mia felicità. Non cercavano una figlia, desideravano una estensione fisica al loro egoismo, che paradossalmente convergeva e si coagulava in quell’esserino misuscolo e indifeso che ero io.
Non sono del tutto onesta a dire questo, anche solo a pensarlo. Non potrei mai accusarli senza averli ascoltati. Non posso però tornare. Non voglio. Non voglio ascoltare la loro difesa, perché potrebbe essere un fallimento. Non per loro: per me. Non potrei sopportare di sentir confermati, dalle loro parole, dai loro occhi, dai loro gesti, i miei più laceranti sospetti. Non mi resta che camminare, senza voltarmi indietro, senza sperare nulla, fino a quando non troverò la speranza qui, sulla sabbia, in qualche modo, in qualche gesto, in qualche oggetto, e capirò che sì, qui c’è un nuovo inizio.
Sì, posso ricominciare e forse allora potrò anche tornare indietro. Sì, so bene che sto facendo loro del male, sto facendoli soffrire, forse di un dolore che non hanno ancora provato. Sì, lo so, e so che anch’io sto provando per la prima volta questo dolore, adesso leggero e distante, come una sirena in lontananza, come una nave all’orizzonte, ma che avanza, e si ingrandisce e diventa più acuto e livido, viola, come i bordi di una taglio suppurato: non ne ho paura, anzi l’aspetto. Sì, l’aspetto perché è di questo che ho bisogno, che abbiamo bisogno, per uscire dalla finzione di una vita apparentemente perfetta, e perfettamente spenta, insulsa, scolorita, tiepida, indistinta, come un disegno fatto col gesso sul selciato che venga lentamente lavato via da una pioggia allegra e squillante.
Sì, posso tornare un giorno, quando sarò arrivata in fondo alla mia strada e avrò trovato ciò che di me stessa ancora non conosco e ho paura a conoscere, quando mi sarò messa alla prova e avrò temprato il mio patire, tornerò e amerò come non ho mai amato.
Perché allora potrò aprire le braccia e stringere tutti in un amore nuovo e vero.  

Io che non ho mai...




Ma come credeva che avrei reagito? Che cosa si aspettava? Si aspetta sempre troppo da me! Pretende, e in cambio che cosa mi offre? Tutto quello che è tuo è mio. Dice. Sì, ma intanto non posso fare nulla senza chiedergli permesso. E senza renderne conto soprattutto. Perché lui non ti aggredisce mai, non si arrabbia. Ti guarda con quegli occhi illuminati, di sbieco, con un sorriso indebolito e triste, ma non disperato. E questo basta a farmi montare dentro colori attorcigliati come nastri e capelli. Sento l’odore della vergogna e poi quello della rabbia, intessute così in profondità da non distinguere l’orgoglio dalla colpa. E senza che nessuno dei due mi appartenga realmente. E’ lui che induce la colpa con la sua mansuetudine, con la sua misericordia. Perché se perdona è perché c’è stato errore. E io il suo perdono non lo voglio. Perché non ho masi sbagliato. Che cosa ho fatto se non rispondere alle sue richieste? Starmene buono ogni giorno. Lavorare. Senza tregua. Senza sosta. Senza felicità. Io sono fatto così: do tutto per gli altri. Sono generoso. Non chiedo. Faccio. Mi metto a servire. Mi sacrifico. Nascondo i miei sogni a me stesso. E sono sensibile. Capisco ciò che provano gli altri. Lo sento dentro di me, sulla pelle, che penetra come un unguento. Brucia. Vedo quei volti, lo sguardo che cerca di celare, mentre tradisce fastidio. Vedo quelle leggere mosse delle spalle, l’angolo che il corpo fa con la luce che di taglio seziona i loro pensieri. E capisco che la mia generosità è nuovamente andata sprecata. Non ho mai voluto nulla per me, da nessuno. Ho dato a tutti, senza limite e senza riserve. Soprattutto a lui. Ho obbedito. Con grande fatica. Perché annullare se stessi richiede disciplina: cercare invano una strada che coniughi, che allinei, che consenta… E capire che non c’è alternativa. E allora, a denti stretti, negare, negare tutto, negare sempre, negare se stessi. Con la speranza, sempre negata, di scoprire un tesoro. Ma non c’è nulla in questo niente, nulla rimane quando con mossa secca della volontà hai rimosso tutto. Non c’è senso, soprattutto. Né gusto. Eppure lo faccio. Per non vedere quel suo sguardo la sera, posarsi amorevole su di me. Quanto lo odio il suo amore! Mi amasse meno… Mi vuole cambiare. Lo pretende. Mi vuole imprigionare.  Non gli basta aver fatto di me già un servo obbediente?  Sono qui dalla prima ora. Che cosa vuole ancora?  Odio la sua misericordia. Odio la dolcezza che riversa su di me. E’ una tortura. Una sfida.  E quanto odio questo mio odio. Lo combatto.  Lo cerco di affogare agendo, agitando la vita, sottraendole profondità: la profondità ferisce e mi impedisce di vedere con chiarezza da quale parte della barricata mi trovo. Perché io so dove sono, ma non sempre lo vedo. Io sono nel giusto. Io sono dalla parte del dovere compiuto. Sono sempre stato qui con te, gli ho detto. Ti ho sempre obbedito. E tu che cosa fai? Perché questo scellerato, che osi chiamare ancora mio fratello, ha fatto ritorno….per calcolo lo sai bene anche tu, non per altro, non per un senso di giustizia…. Lo sai che dove stava, dopo aver sperperato tutto, faceva la fame… e credi che sia tornato per amore tuo? Sei un pazzo e un illuso!
Pentimento? Non mi dire che gli credi! E non abbassare la testa sulla spalla a quel modo, mi irrita questa tua pacatezza. Specie oggi quando il rigore solo avrebbe senso. Non dico la vendetta, che so che ti è estranea, ma almeno la correttezza. Tu che ti proclami giusto… perché non la applichi questa giustizia? Perché non retribuisci? Perché ti fai intenerire? Che amore è questo che non contempla rivincite?  Lui blatera. Cerca comodità. E tu che fai?
Senza nemmeno chiamarmi, spiegarmi.. senza nemmeno coinvolgermi nella tua misericordia.. senza nemmeno esaltarmi, affiancarmi a te in questo gesto di esagerato perdono, così che almeno ne avrei condiviso l’elegante nobiltà, il prestigio, per me si intende, per il mio senso di giustizia, senza nulla di tutto questo… fai festa?
Ma che cosa credi di dimostrare? Già se la ride lui, ti ha ingannato due volte.  No, anzi, ha colpito me. Ha truffato me due volte. Mi è passato avanti. Ero io il vero bersaglio. E tu glielo hai lasciato fare. Se l’è goduta e adesso torna da eroe, senza nemmeno…
No, non parlarmi di pietà,  è altra cosa. Non ne hai mai riservata un briciolo per me. E io ti ho dato tutto. Ho fatto tutto quello che mi chiedevi, sempre. Senza aprir bocca. Ho chinato il capo e obbedito. Per dovere. Mi stai spingendo all’odio. Tutto ha un limite.
Sì, così gli ho detto. E gli ho voltato le spalle.  Non ha neppure fatto un gesto per trattenermi. Non una parola. Lo vedevo alle mie spalle, sì lo vedevo anche se gli voltavo lo sguardo: con le braccia leggermente aperte, il vento che smuoveva i capelli, come in un brutto quadro.
E quegli occhi, che non ho mai potuto sopportare, che sputavano tristezza sobria e monda.
Intuivo il sorgere di una lacrima. E questo non potevo perdonarglielo. Perché sapevo che era vera. Non mi sono voltato. Me ne sono andato.
L’hai fatta troppo grossa, padre, questa volta. Non me lo meritavo

L'uomo che metteva ordine




Se solo sapessero. Invece ti guardano di sghembo. Fingono di ignorarmi. Non sono neppure capaci. So bene che cosa sia l’indifferenza, quella cruda, acida, che ti penetra nelle ossa come nebbia fredda e umida. E ti lascia solo. Legato solo alla tua disperazione come un àncora, che ti tiene a galla grazie al rancore. Vivi per la vendetta. Qui invece, è uno scherzo vedere questi turisti che scivolano atterriti dai miei gesti lenti, che loro prendono per stanchi e folli, simulando disinteresse, mentre invece sono rosi da una curiosità malsana. Ormai non posso che amarli per questo, perché questo è il mio compito ormai, la mia strada di espiazione. Sono l’uomo che mette ordine. In ogni cosa. Rassetto la mia panchina ogni sera. Raccolto le carte cadute dalle tasche dei viaggiatori cupi che salgono sugli autobus per rientrare a casa, e i sogni di coloro che partono immaginando una vita migliore. Sapessero che ciò che bramano come ossigeno è caduto qui, sull’asfalto unto e ardente del piazzale, non sorriderebbero appoggiando il viso al finestrino. Non perché io non creda che il futuro su può cambiare. No. E che i loro sogni sono così banali, sciatti, lenti che non li raggiungeranno mai. Parola di Firmino. Perché io prima di loro ho sofferto questa delusione. Sono scappato, non inseguivo il successo, inseguivo la serenità, la libertà dal crimine commesso. Inseguivo il perdono, che lo Stato mi aveva attribuito, ma il popolo no. Nessuno. Come potevano perdonare il mio crimine? Un errore che aveva provocato la morte di decine di persone. Un piccolo errore: misurabile in 28 millimetri. La distanza che separava tra loro due bottoni. Uno scambio ferroviario. Il suono dello scontro assorda ancora oggi le mie orecchie molto più dell’odio che ne è seguito. Il primo fu il mio per loro: nell’assurdità della mia colpa rinfacciavo a loro la morte come una salvezza. Loro stecchiti, io arido ma vivo, a portare per la vita, ma la si poteva chiamare vita?, quel segno marchiato sulla pelle fin dentro l’anima. Come avrei voluto essere al loro posto! Non capivo. Poi venne l’odio dei parenti: non ne risparmiarono neppure una goccia nel donarmelo. Li capivo. Non potevo contraccambiarlo. L’avessi fatto forse loro mi avrebbero perdonato. Invece restavo lì, al processo, a testa bassa. Cercavo un segno, una traccia, per quanto esigua, per dare senso. Poi venne l’odio reciproco con le persone del mio paese: a loro non avevo fatto torto se non quello di essere nato lì. Ma era troppo grande perché me lo perdonassero. Io glielo restituivo, quel livore, freddo, secco, viola, quasi razionale, perché mi sentivo tradito. E fuggii. In treno. Divertente vero? Come un killer che per scansare il destino si affidi alla pistola.  Il boia e la sua forca. Fu quando arrivai qui che compresi. C’era una strada. Fu un incontro: non posso dire che mi restituisse la vista. Non perché non l’avessi persa. Perché non l’avevo mai avuta. Più che cecità era miopia: non vedevo più in là di me, della superficie, di ciò che per me era importante. E lui mi mostrò che cosa c’era dietro, fu come voltare la carta, rivoltare il guanto. Sguainare la spada. D’un tratto vidi tutto più scuro: perché la verità va ricercata. Solo allora ti si dona. Ne conobbi la radice, la formula, il trucco. E capii che il mio compito era ricostituire l’ordine che il mio crimine aveva infranto. Dovevo ribaltare l’entropia. Riportare la quiete nei cuori, di tutti, senza scelte. Come senza scelte avevo assassinato centocinquantatre persone quella sciagurata notte.

Se sapessero. Forse invece che scivolare via, impettiti e distratti, mi degnerebbero almeno di uno sguardo d’odio. Che io saprei ricambiare assorbendolo e sottraendolo loro, per negare il gusto della rivalsa, del ricambio. Anche questo è mettere ordine.

Due tracce sulla sabbia


Due tracce sulla sabbia. Piedi. Due tracce parallele. Sulla sabbia di una spiaggia caraibica. All’alba. Parallele. E in sintonia. Stessa frequenza, stesso passo: piede destro, piede sinistro. Si tengono per mano. Per forza. E camminano lenti. Nel primo solo caraibico. In silenzio. Guardano il mare. Si guardano negli occhi. Pensano. Sospirano. Al loro passato. Al loro futuro. Sempre insieme. Affermazione che può essere declinata in ogni tempo. Una donna e un uomo. Certo. Un piede è più piccolo dell’altro. L’età? La sabbia non rivela questo segreto. Guardano il mare e ogni onda, ogni sfumatura di verde ricorda loro un giorno della loro vita insieme: passata o a venire. Delle gioie e delle pene. Sì. Perché un amore forte è un amore che ha sofferto. È nel fuoco che l’oro si purifica. Così l’amore. Non camminerebbero così vicini e non vibrerebbero, i loro passi, con la medesima frequenza se non si fossero feriti a vicenda. Più volte. Spesso, quasi sempre, senza malizia. Qualche rara volta per cattiveria. Vendetta. Rivincita. Banale sussulto dell’ego. Più ami più sai come ferire in profondità. Quando vuoi si intende. Colpisci duro. Profondo. Lì, sulla ferita che non si rimargina, che è sempre gonfia e infetta. Te ne penti: lui, magari subito; lei, magari dopo un po’. Ma te ne penti. Se ami davvero si intende. E l’amore beve questo dolore e lo purifica.
Due tracce parallele: l’amore non ammette ritardi. Ci si aspetta. Ci si aiuta. Di continuo. Qualche volta con dolcezza altre con l’acidità di una battuta, che fa spurgare la piaga. E fa male. Ma cura. L’amore è cura. Mani di guaritore. Mani di re. Di regina. Insieme.  Guardano avanti. Camminano e guardano avanti. Non per negare il passato. Non potrebbero: è il loro tesoro. Ma perché l’amore è creazione, generazione continua: è futuro. E’ eternità. Guardano il mare che è speranza e sgomento al tempo stesso. L’amore può essere tempesta, ma il più delle volte è porto, è calma, è brezza, è un lieve scintillio del sole su onde sommesse e timide. E’ fatica. L’amore è certezza. Una sola: insieme. Tutto il resto cambia, oscilla, precipita, s’impenna, scuffia. Tutto scorre. Ma insieme rimane. Sempre. Non sarebbe amore.
Guardo le impronte lasciate all’alba, potrebbero essere le nostre. Non lo sono. Così mi è risparmiata la superbia. So che le avremmo lasciate identiche. Ma l’amore non è esclusivo. È  per tutti. Basta volerlo. In due. L’amore è più azione che sentimento. Anzi. È innanzitutto volontà. Intrisa d’emozione, d’accordo, come un biscotto ricoperto di cioccolata. Che senza biscotto scivolerebbe via, per disperdersi.
Due tracce. Parallele.
Il segno di una sola vita: fusa insieme.



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