mercoledì 20 ottobre 2010

Tornare a casa






E non so neppure perché sono qui, perché sono entrato qui. Passavo. E adesso me ne sto qui davanti a te. Anzi, davanti ad una statua che pretende di rimandare a te. Se ci sei. Che questo è ormai un dubbio. Prima ero sicuro. Che il cielo fosse vuoto intendo. Un inganno. Come una cosmica candid camera, che ci fanno credere sia abitato e invece no che non lo è. Vuoto non perché qualcuno l’abbia abbandonato, ma perché nessuno c’è mai stato. E invece oggi mi è sceso nel cuore questo tarlo, questa voce chioccia e stonata, che vorrei tanto soffocare. E fomenta, e tormenta, e provoca. Assicurandomi che sì, ho proprio ragione, il cielo è sprangato, come una saracinesca bollente, non tanto vuoto quanto inaccessibile. Sconfinato e blindato. E allora, anche solo per il gusto di contraddirla, m’ha preso un uggia urticante, una smania infastidita che m’ha condotto qui dentro, davanti a questa scultura lignea essenziale e devo dire decisamente semplice, ingenua, brutta, e ora m’ha piegato le ginocchia e chinato il capo, come una mano decisa e materna che mi invita a spegnere il mondo.
E così, sommesso e composto, posso lasciar sfogare la mia paura che sale piano dal cuore e si irradia paralizzando ogni muscolo. Sì Signore, ho paura. Non di te. Che non ti conosco, ma quel che sento è una pazienza infinita come mia madre quando tornavo a casa, in ritardo, e sporco, magari stracciato, le ginocchia ferite. E invece che urlare, mi prendeva in braccio e mi cullava. Ecco, di questo ho bisogno, di essere avvolto da un affetto che non ho più sentito da allora. No, lo so che la famiglia… E che non mi posso lamentare. E che la amo lei, mia moglie, e lei mi ama anche di più e che i figli... Lo so. Ma è diverso. Non è l’amore che lei può darmi quello di cui ho bisogno ora. Perché dentro il suo affetto non c’è la speranza, o addirittura la certezza. Di questo ho bisogno ora. Ho paura, non so come fare, come trovare la luce in questa penombra che scende lieve, quasi allegra, ma vorace. Quando alzo lo sguardo sul futuro, la vista si fa miope, tutto si sfuoca e poi l’orizzonte si chiude nella notte. E la morsa stringe il cuore. Cerco di lottare, ma il veleno sta arrivando al cervello perché la tentazione di lasciarmi andare è sempre più grande. Sogno di adagiarmi nell’acqua calda, di quel tepore morbido come una schiuma, e galleggiare contemplando il sole sopra di me, e giacere lì, senza muovere neppure gli occhi fino a che la corrente mi culli e mi conduca oltre la linea che serra il futuro. E mi sciolga nel mare così, con dolcezza e senza dolore. Lo so che è una diserzione, lo so che è egoismo, ma se non mi aiuti tu in qualche modo Signore, se ci sei, io lo faccio. Io esco e lo faccio.
Perché questo terrore sta dilagando, occupando come un nemico astuto tutti gli spazi della mia giornata,  affogando la speranza nei dettagli. Non riesco più a fare quello che vorrei, non riesco più ad alzarmi all’ora che vorrei, non riesco più a leggere quello che vorrei, il tempo mi sbeffeggia, illudendomi di possederlo con attività che in realtà lo disperdono e poi ruggendo quando mi rendo conto che il debito cresce a dismisura e anche qui raggiunge cifre che non riuscirò mai a colmare.
Perché se da un lato si spegne la speranza, dall’altro cresce il fallimento. Se guardo avanti il cielo è spento, se guardo indietro vedo il fuoco che mi insegue. Che cosa ho fatto? Che cosa posso vantare? I figli? Che cosa ho saputo dare loro? Denaro? No, anzi, sono di quella generazione che brucia quello che la precedente ha accumulato lasciando il deserto a quella che la segue. Forza? No, ma fragilità. Li guardo e temo che il primo vento forte non li agiterà ma li sradicherà portandoseli via come un tornado un alberello. E nei loro occhi vedo le mie colpe, non la loro scelta libera, ma le mie catene. Ma questo non spegne nella colpa la mia delusione: che se da un lato mi sento addosso la macchia per la loro, dall’altro sento una rabbia scomposta contro di loro, per la delusione che non mi hanno mai risparmiato.  Una delusione che ha radici in me non in loro e che quindi è più figlia mia di loro stessi. E proprio per questo mi irrita, perché mi deride dipingendo in loro le mie incapacità.
Dell’adolescenza ti rimangono in mente immagine spezzate, sparse: l’amica della ragazza che filavi che le dà di gomito mentre passi, loro appoggiate al calorifero nell’atrio della scuola, tu passo annodato e testa bassa. E tutti e due arrossite senza sapere come nasconderti eppure provando un senso di orgoglio e felicità. Le scale del liceo e la balaustra dove ti sporgevi per vederla entrare, lei che non ci sei mai riuscito a parlarle, neanche a fermarla, e una volta le hai scritto e pensi che starà ancora ridendo di te. Il bar dove giocavi a boccette con tuo padre a mare, e dove poi avresti aspettato la telefonata di lei anni dopo, quando il massimo della mobilità era la cabina nel vicolo, o la complicità di un amico che ti lasciava usare il telefono. E Se qualche volta sogno di tornare a quegli angoli, quelli del tavolo messo all’angolo con sopra le bevande, come canta Ruggeri, non fosse che perché il futuro ti guardava muto, senza sbeffeggiarti, solo illudendoti, non che non ci vorrei tornare, perché non baratto quella slavata sicurezza con la felicità, tenue eppure salda, che sento tremolare sullo sfondo, come una musica lontana, come la luce sommessa di un faro in una notte tempestosa.
E torno a te allora, sperando che Tu ci sia, che questo calore che ora sento non sia ancora la ruggente beffa del destino, ma la notizia di un approdo sicuro, che in qualche modo arriverà, non so dove, non so come, ma arriverà. E potrò riposare calmo. Senza più paura.
Che la paura si sta sciogliendo mentre sono qui, pesante sulle ginocchia,  e fuori il giorno si dissolve non più nella notte buia, ma nella sera calma, tiepida, rassicurate.
Sto tornando a casa.

martedì 29 giugno 2010

E guardami!



E guardami! E daì guardami! Tu che passi, chiunque tu sia. Che ti costa! Anche solo per deridermi, per insultarmi, per scuotere la testa in quel modo volgare e violento, che percola disgusto misto a disprezzo. Ma almeno guardami. Non fare finta di nulla. Perché credi che mi sia ridotta così? Perché pensi stia distruggendo la mia dignità così come la natura ha distrutto il mio corpo se non per ottenere uno sguardo? Anche lascivo. Sebbene tema che nessuno lo poserà più su di me con desiderio. Semmai con scherno. Mi basterebbe. Sarei felice di non passare inosservata. Come mi è successo a lungo nella vita. Perché nessuno ha mai posto su di me uno sguardo assetato. Una sensazione dolorosa, che avvelena lentamente l’anima e la fa implodere in una depressione spenta e arida. Camminare tra le strade della città, al mercato, e accorgerti che non sei degna neppure di un movimento del capo. Perché invece li vedo quando girano la testa e tutto il resto quando passa una di quelle, sì, di quelle ragazzine che hanno tutto da mettere in mostra e non negano niente.
Mentre io invece. Fin da giovane. Fin da ragazza sono stata condannata. Da un corpo goffo, sformato, gonfio. Non che non mangiassi, no. Ero affamata di sensazioni, quindi anche di cibo. Ma non fu questo. No.
Mi cresceva addosso come un tumore, mi rovinava sopra questa massa turgida e ruvida che mi ha nascosto al mondo. E io ne sono rimasta prigioniera. Ma almeno allora, quand’ero ragazza, al paese, almeno allora c’era chi mi inseguiva per insultarmi, per schernirmi. Mi sentivo viva, dolorosamente presente al mondo. Poi, come una nebbia che s’alzi pallida e smorta, e via via più coraggiosa, così sono scomparsa all’esistenza.
Il trasferimento in città. Gli studi. Inutili devo dire. Non hanno aggiunto una goccia di felicità alla mia vita. Solo conoscenza. E con quella semmai ho accresciuto il dolore. Poi un lavoro bieco, ripetitivo, individuale, in un cubicolo che mi separava netto, come una roggia profonda, dai colleghi che dilagavano al di là della paretina. Una voce al telefono. Poi neppure quella. Poi la pensione anticipata.  Anni di lavoro sciolti in un saluto formale e stropicciato, condito di indifferenza e scherno. Neppure quel giorno sono riusciti a superare la barriera del mio corpo per calarsi non dico nella profondità, ma almeno sotto la superficie e cercare di capire. Che serve a loro capire? Che servivo io? Che se non servi oggi, per qualunque cosa, sei finito: allontanato. Fine del lavoro, fine dell’impegno.
E sempre la solitudine.
Che non sono vecchia. Non fuori almeno. Non all’anagrafe. Ma dentro eccome. Perché a non sentirsi amati, si brucia. Non però di quel fuoco che non consuma e arde perenne, come dicono sia l’amore, che io non ho mai conosciuto, neppure da bambina. No. Non quello.
Io avvampo di quel calore trasparente e violento, quello dei forni, che crema, che riduce in cenere, che lascia senza speranza. E la speranza ormai io l’ho persa, non dico dell’amore, ma anche solo di un tepore mite. Anche ipocrita. Mi starebbe bene. Mi farei truffare da un uomo, se per spogliarmi dei miei beni, quelli che comunque ho accumulato in questi anni di silenzio e di reclusione, mi rivestisse anche per un solo momento di un affetto manieroso ed eccessivo, palesemente finto. Anche solo di sesso. Anche di quello mi accontenterei.
E così mi sono ridotta ad essere questo pagliaccio, questa prostituta dell’anima: a mettere fuori questa carne in decomposizione, che si arrotola su se stessa confondendo inizio e fine. C’è pudore in tutto questo? Sì, perché ormai in queste rovine non si distingue più nulla che possa bruciare la mia intimità. Tutto è disgrazia. Deformità. Eppure sento di calpestare la mia dignità. E non me ne frega niente. Perché chi si riempie la bocca con questa parola probabilmente non ha mai sofferto il mio dolore, non è mai stato solo. Io sì. Sempre. Rinchiusa dentro il carcere di un corpo esagerato che mi ha impedito di essere scorta. Di vedere. Di capire.
Ma che cosa c’è da capire! In quest’epoca che esalta la bellezza e la rincorre senza posa, in quest’età che magnifica il corpo e ne ha paura, io scorgo il terrore sui loro occhi, il terrore di essere come me, di finire come me, di venire calpestati, messi in un angolo. Io questo ho capito. E solo adesso riesco a ribellarmi.
E guardami daì! Tu che passi adesso e volti il capo dalla parte opposta con gesto affrettato e teatrale, come per istruirmi, per condannarmi, per umiliarmi. Più di così? Potrei essere più umiliata di così? Perché non capisci? Perché non esplori? Perché non ti sforzi di superare quella sciapa barriera della tua superficialità, del tuo orizzonte così gretto e chiuso, che non riesce ad accostarsi alla vita per quello che è: non un secco fotogramma, ma una pellicola senza fine. Con solo l’inizio e mai titoli di coda. E tu invece te ne stai lì, intrappolato nell’attimo che fugge, e non capisci che invece resta, resta per sempre, e si estende, in tutte le direzioni. Come la mia vita. Come la mia carne che scioglie la mia figura in una storia di solitudine totale.
Guardami: rendimi un filo di stima, che la mia in me stessa l’ho persa. Fammi pensare, anche per un solo istante, che posso lasciare una tenue traccia su questa terra, che posso avere sfiorato per un battito d’ali il cuore e la memoria di un’altra creatura. Che non è stato vano venire al mondo. Che non sarà insulso andarsene.
No, non  funzionerà neppure questo. Non è servito a nulla scendere fino in fondo al cratere del disonore. Fino al fango dell’esibizionismo. Neppure questo è servito per trovare un filo di speranza, un rigagnolo di luce che sappia restituire un po’ di futuro a questo ammasso di depressione. Forse non resta che cercare l’ultimo sguardo, quello di terrore, quando scioglierò la mia vita sopra un binario. O sotto un camion. Affermando il diritto di essere guardata almeno mentre mi dissolvo.

Ti possono interessare anche gli altri sommi capi

madre dei dolori


e i blog
il foietton: la business novel a puntate che parla di vendita
delle gioie e delle pene: il blog sulle differenze tra donne e uomini nella vita in famiglia




Lo sguardo di Lazzaro
quando c'è l'amore







domenica 20 giugno 2010

Giustizia io voglio e non misericordia



Facile parlare per Lui. Non sbaglia mai. E non ti dà respiro. Ti insegue ovunque. Anche sopra il mare. E ti tormenta finché non fai quello che vuole. E sì che glielo avevo detto: tanto si sistema tutto. Tanto poi ti lasci commuovere. Sei tenero tu. Vuoi fare il duro. Vuoi ricoprirti del manto della giustizia. E quella storia degli occhi bendati e della bilancia che fa tanto marketing. No. E’ tutto un trucco. I tuoni, i rombi. Gli scuotimenti della terra. Sono effetti speciali. Magari quello che vorresti veramente essere. Ma non puoi. Non ci riesci. Sei amore, non te lo ricordi? E così alla fine, come avevo predetto, quello che ha fatto la figuraccia sono stato io. Per fesso mi hai fatto passare. Andare in giro a minacciare sciagure. Un profeta da strada. E se non mi hanno deriso prima, lo faranno adesso.
Mi hai ricattato e non ho potuto dirti di no. E che cosa ho ottenuto? Il successo. Sì, paradossalmente mi hai fatto conoscere il trionfo. Nella sconfitta. Hai ottenuto il risultato che volevi, facendomi minacciare stragi. E dove poi? Proprio nella città più torbida, il covo degli assassini, dei predatori. Un popolo senza pietà, sguaiato, imbattuto ed imbattibile. Il cui solo nome getta nel panico. E tu l’hai piegato con l’amore, non con un esercito più potente. Che avresti avuto solo schioccando le dita. E che avrebbe raso al suolo loro fino alla centesima generazione.
Invece hai mandato me. Riluttante, timoroso, ma sì diciamolo anche: codardo. Soprattutto irritato. Perché sapevo già come sarebbe andata a finire: tu sugli altari, io qui, sotto questo ricino rinsecchito a maledire la mia vittoria. E che cosa ci ho guadagnato? Una fuga precipitosa, un soggiorno indesiderato sott’acqua, tre giornate di cammino nell’inferno e poi questo caldo secco, senza vento. Questa infinità bianca e infuocata che spazza via dall’anima ogni desiderio non per affogarla in un appagamento dissetante, ma anzi proiettandola in una disperazione accecante. Non la luce nella quale desidero un giorno riposare, ma un crudo anticipo di tutte le sofferenze di Giobbe. Perché anche con lui non è che ti sei comportato da galantuomo, diciamola tutta. Gli è andata peggio che a me.
E qui prigioniero di questa fornace, devo anche sorbirmi i tuoi discorsi, le tue scuse, i tuoi pretesti? Non tuoni mica, qui sotto questo cielo così trasparente e piatto da spaventare. Non urli come facesti con quello al quale togliesti tutto per un gioco, per metterlo alla prova. No. Con me sussurri, con questo tono così morbido, paterno, anzi materno. Fai domande. Mostri come l’amore può perdonare tutto.
No. Così non mi piace. Proprio da questo fuggivo. Da questa misericordia infinita. Da questo abbraccio che è sempre pronto e che chiede solo di lasciarsi andare. Da questo perdono che non si rifiuta mai, ma che può essere solo rifiutato. Perché tu non ti neghi mai, siamo noi che possiamo negarti.
Io volevo vedere il fuoco dal cielo. Volevo vedere il terremoto. Il suolo squarciarsi e ingoiare palazzi e animali. Volevo vedere fumi salire dalle viscere della terra e bruciare. Oh, sì. Arderli, con il medesimo gusto con il quale i loro soldati hanno violato case e donne delle città che hanno raso al suolo, devastando l’anima dei sopravvissuti, così violentati da desidera la morte piuttosto che il ricordo.
Volevo vedere i tuoi angeli scendere e sterminare i sopravvissuti con la paura prima ancora che con i loro dardi. E il fuoco purificare ogni cosa lasciando solo cenere su questa Ninive maledetta.
Volevo vedere gli innocenti perire insieme ai colpevoli, maledicendoli per questo e caricandosi così, in punto di morte, di quel peccato di odio che li aveva inseguiti per tutta la vita senza mai raggiungerli. Così che anch’essi sarebbero stati dannati.
Volevo vedere trionfare la giustizia, strumento del mio odio più viscerale. Volevo vedere il sangue, che avevo predetto per incarico tuo, quello che avrebbe lavato gli scorticati ricordi delle loro vittime, facendoli affogare nel livore acceso della rivalsa. Perché se non serve a soddisfare la tua sete di odio per i persecutori, a che serve avere un Dio personale? Che me ne faccio di un Dio di tutti, che tutti ama, tutti perdona, tutti accoglie?
Eppure così sei fatto tu, e anche adesso se qui a tormentarmi con il tuo amore. Lasciami in pace, lasciami il tempo per accettare questo mio successo, questa mia vittoria: questa predicazione che ha ottenuto il suo scopo, che ha convertito, che ha condotto al pentimento. Che mi ha così deluso.  E per questo mi sta purificando da dentro.


Ti possono interessare anche gli altri sommi capi



e i blog
il foietton: la business novel a puntate che parla di vendita
delle gioie e delle pene: il blog sulle differenze tra donne e uomini nella vita in famiglia








domenica 9 maggio 2010

Madre dei dolori


Madre, oh madre. Mi è vietato dimenticarmi di te. Ogni volta che passo davanti all’ospizio dove sei morta, mi assale un brivido che riesce a mescolare senso di colpa e di liberazione, come se queste due dimensioni non potessero essere disgiunte neppure ora che non sei più qui e che ti immagino in una pace senza fine, la pace che hai inseguito sempre, travolgendo tutto e tutti in questa tua ricerca astiosa e irrequieta.
Anche me.
E questa ansia, la tua inquietudine, me l’hai lasciata come un dono, come una eredità scomoda, ma saggia. Di quelle che ti tengono desta l’anima, in un combattimento senza fine. Perché la pace può essere figlia di due opposti: della stupida e dannata pacificazione, come una pianura secca e deserta, sotto un cielo dilavato e piallato, senza vento; oppure di una guerra senza fine, combattuta contro noi stessi, senza tregua e senza prigionieri, senza notti in cui riposare, senza cieli da contemplare, piena di vento, quello freddo, tagliente, che scende da Nord e non si arresta se non alla giuntura tra anima e carne, e forse neppure lì, quella guerra che lascia senza fiato, eppure felici come l’eroe che dà la vita per ciò in cui crede.
Dicono che coloro ai quali viene amputato un arto, chessò una gamba, per anni continuano a sentirlo ancora come se fosse ancora lì, appeso a loro. Ecco, con te io provo la medesima cosa. Sei sempre qui, aggrappata a me come lo eri in vita. Il tuo amore rabbioso e violento mi soffocava: lo caricavi di tutte quelle risposte che non avevi avuto dalla vita, non perché lei non te le avesse date, ma perché non ne eri mai contenta. Eri tesa sì, ma non serena: sostenevi di avere un conto aperto con la vita, e lo facevi pagare a tutti coloro che provavano ad amarti, come se per contrappasso quell’amore dovesse torcersi in vendetta. 
E’ strano, anche se la tua morte, da sola –mi hai preso per sfinimento e questo io non me lo so perdonare, di averti lasciato morire da sola, in coma d’accordo, ma senza nessuno che ti tenesse la mano, nemmeno io, e questo mi ripugna, per pietà e per orgoglio: non poter dire che io c’ero, che sana umiliazione, vedi in fin dei conti mi hai amato anche morendo di notte per lasciarmi questa amarezza dolce che sana e sradica i miei vizi- in quella stanza singola che finalmente avevi ottenuto, come ennesimo capriccio, come se stesse lì tutto il bene dell’universo, anche se la tua morte ha sedato il mio risentimento, e spalancato la porta ad un amore che sapevo di avere per te, ma non di questa intensità, non ha sopito i ricordi oscuri, né li ha ammantati di quella dolcezza che sembra l’assenza regali ad ogni memoria. Tutt’altro. Li ha resi più vivi, lucidi, taglienti, anche se li ha privati di quel veleno che, quand’eri in vita, mi annebbiava la vista e mi soffocava il cuore spingendolo giù in un fango d’odio e di dipendenza nel quale mi sembrava di sprofondare come in sabbie mobili maligne.
E così la prima immagine che vedo non è il sorriso con il quale mi accoglievi da bambino, non ancora così tirato e sciapo come da vecchia, né l’abbraccio con il quale mi ringraziavi di esserci. Non è quello sguardo acceso d’amore che luccica ancora in una vecchia foto in bianco e nero. Sei sullo sfondo, di sbieco, chinata, tieni quegli occhi luminosi, come non ho mai più visto, su di me che poco più avanti, ma a fuoco, in primo piano, muovo i primi passi e si vede che traballo, con quella bavaglina di stoffa colorata che ricordo benissimo, per uno di quegli strani giochi della memoria che si divertono a estrarre dalla nebbia particolari che ti dicono quello che non riesci più a ricordare.  Stai lì e mi guardi e la gioia sembra colorare questa foto con i bordi bianchi frastagliati; e io non ti vedo, ma so che ci sei, che sei pronta a sorreggermi. Mi fido. C’è tutta la nostra vita lì. Anche papà, lontanissimo, nell’oscurità del corridoio, lui che se ne è andato per primo e che ti ha aspettato con la medesima delicatezza celata con la quale ti lasciava in primo piano, in piena luce, per scegliere sempre le tinte pastello, gli spigoli dei minuti, le macchie d’ombra. Sono sempre convinto che ti avesse dato uno schiaffo alla tuo ennesimo capriccio, avesse avuto il coraggio, la vita di tutti sarebbe stata diversa. Presumo migliore.
No. Non è quel viso, quella luce che ricordo quando chiudo gli occhi e ti penso.
Ma la brace della tua sigaretta che cerca di contrastare l’oscurità nella quale ti chiudevi. La luce rossa intermittente di quando mi portavi a dormire con te di pomeriggio, da bambino, in due sul mio letto, testa a piedi, perché io dormendo non ti disturbassi il riposo. E vedo quella luce accendersi e spegnersi alternata al rumore che facevi per scrollare la cenere nel posacenere di rame sbalzato che ora fa mostra di sé, come un reliquiario, tra gli oggetti che ho conservato. E la stessa luce, nella cucina scura, tenevi sempre le tapparelle abbassate, mentre severa mi giudichi –mi giudicavi sempre trovandomi sempre colpevole per potermi donare la tua misericordia, cosa che ti faceva felice perché ti permetteva di crederti magnanima- e stai in silenzio, fumando, toccandoti i capelli, torcendo la bocca e gli occhi curvando al suolo, sospendendo il tempo, così da prolungare la mia sofferenza e la tua soddisfazione.
Eppure mi amavi, tanto. E volevi tenermi per te. Solo per te. E anch’io ti amavo, ti amo anche ora. Come potrei non amare chi mi ha dato la vita. E che, tragicamente, per conservarmela felice, ha spento dentro di sé quella di due fratelli che non ho mai avuto. Così come spegnevi la sigaretta, con rabbia e rapidità. Sono un sopravvissuto, mamma. Un figlio unicizzato. Un bambino bagnato nel sangue dei fratelli ed elevato a divinità, con il compito di tenere insieme la famiglia perché tutto si fa per lui. Tutto. Come un buco nero che attragga ogni cosa a sé, strappandola alla sua esistenza, macinandola in un affetto che si macera nell’autocompiacimento. Perché l’amore per me, me ne sono accorto presto, in realtà era un pretesto, uno specchio: avevi così tanto bisogno di affetto che mi imprigionavi in quell’abbraccio che assomigliava di più alla presa di un rapitore che alla protezione di una madre.
Mamma, questo acido mi cola ancora in cuore adesso che ti parlo, qui in piedi davanti a quel che rimane di te qui in mezzo a noi, e non riesco a discernere il bene dal dolore, a tirare una riga secca tra il tuo egoismo e il mio, tra la tua sofferenza e quella che provocavi con una scienza quasi perfetta.
Perché soffrire hai sofferto, e spesso per causa di altri, anche se negli ultimi anni i tuoi ricordi spesso venivano annacquati dalla fantasia, da ciò che temevi, volevi, speravi. E la violenza subita si confondeva con quella che desideravi aver ricevuto per poterti vendicare e vantare. Ricordo gli ultimi giorni. Di agosto, sulla terrazza abbruciata della casa protetta. Biascicavi parole, parlavi a sproposito, criticavi, mi chiedevi, pretendevi. Niente di diverso. Eppure dovevo capire che erano le ultime ore e restarne appeso come ad un ramo che ti salva dall’abisso. E invece l’ho lasciato andare e invece di precipitare io, sono rimasto sospeso e nella voragine sei caduta tu.
E mamma, mentre non riesco a rimuovere quella rigatura d’odio che attraversa la nostra vita in comune -sapessi quanto ci hai fatto soffrire, madre mia- adesso non posso che sentir crescere l’affetto nuovo, purificato, rafforzato che nasce da una vicinanza nuova, separata solo dal sottile velo del cielo.


Ti possono anche interessare gli altri sommi capi:

Un filo senza fine


Passione e sentimento
Due tracce sulla sabbia

sabato 24 aprile 2010

A mia moglie nel giorno del nostro XXV anniversario



Tra le più belle canzoni di Enrico Ruggeri amo molto A mia moglie.  Non mi interessa sapere se sia biografica oppure no. Lo auguro solo al cantante. Arriva un momento in cui è giusto fermarsi e ringraziare per il dono ricevuto: perché se è vero che il matrimonio è etimologicamente il dono alla madre, è anche vero che soprattutto noi uomini riceviamo un grande regalo dall’unione coniugale. Per me è stato così. Mi sono molto risentito quando, avendo pubblicato sul sito americano la mia vita in sei parole, qualcuno si è permesso di lasciare un commento acido. La mia storia è tutta qui: Passione giovanile, amore profondo. Ancora sposi.  Una mano femminile, amara ed acida, commento: he slept around, o qualche cosa del genere. Che potrei tradurre crudemente: la tradisce a destra e a manca.  La storia è diversa.
Ho conosciuto Franca nel 1980, io avevo 19 anni lei 17. Ci siamo sposati nel 1985, non avevo ancora 25 anni e lei non arrivava a 23. Andrea è nato nel 1986, Chiara nel 1988, Letizia nel 1992. Abbiamo conosciuto buona e cattiva sorte. Ci compensiamo. Io sono il visionario, lei la concreta. Io apro strade, lei le asfalta e le rende sicure. Io trascino, lei consolida. Io sogno, anche troppo, lei hai i piedi per terra. Ci siamo aiutati a vicenda in mille modi: io lancio le sfide, lei le vince. E’ una tagliente e crudele critica di ciò che penso e faccio: è grazie a questa sua qualità che mi sono evoluto da ragazzino un po’ nerd, molto imbranato, a professionista energico e coerente. Non ci facciamo sconti. Questo non ci ha allontanato di un millimetro, anzi ci ha unito di più.
Mi ha seguito in ogni nuova avventura, le ho fatto fare di tutto e ha sempre detto di sì inventandosi mille professionalità nuove. Lei è cresciuta, e mi ha aiutato a capire i miei errori. Siamo umili e ci amiamo. Abbiamo costruito sulla fede e ancora oggi preghiamo insieme per i nostri figli, per i nostri sogni, per le nostre preoccupazioni. Sono così innamorato che penso di non poter vivere senza di lei. Abbiamo, come si dice, fatto tanti chilometri insieme e ne abbiamo passate tante, e ci hanno rafforzato.




Imbianchiamo insieme, ovviamente lei molto meno di me e con più lentezza, e sappiamo ancora guardarci negli occhi scoprendo cose sempre nuove e difficili da rendere con parole, specie quelle scritte scritte.. So comunque chi è più grande dei due e so che non sono io. Non so se questo è rendere giustizia, ma so che ogni giorno devo meritarmi il dono che Dio mi ha dato: mia moglie.
Credo che il nostro trucco stia nel fatto che ridiamo insieme, spesso, e che io riesco a farla ridere. Così guardiamo alla vita con una serenità lucida e profonda. Crediamo veramente che, come dice san Paolo, omnia in bonum, tutto concorre al bene. e se guardiamo la nostra vita è davvero così. Abbiamo avuto momenti duri, problemi di lavoro, difficili soci, difficoltà economiche.
Lei si è inventata un lavoro, prima mi ha seguito, poi affianco a questo, ha avviato la sua attività imprenditoriale, e oggi è una imprenditrice di successo E ovviamente mi aiuta.
E io ho l’onore di dovermi meritare giorno dopo giorno questo immenso dono.



giovedì 15 aprile 2010

Sedicianni






E voi pensate che sia facile avere sedici anni? No dico, vi siete mai posti il problema di avere sedici anni oggi? E non venite a dirmi che sedici anni li avete avuti anche voi. Era un mondo diverso. Molto più semplice. Mica dovevate combattere con la tecnologia, voi. Al massimo la fame, tipo il terzo mondo, che poi so bene che è una balla e che la raccontate per spaventarci, e mica ci caschiamo noi. Non avevate neppure il telefono. Che ne so? Tipo ci avete talmente stressato con i vostri tempi che mi sembra di averci passato un’altra vita. E non è la mia. La mia è qui.  Ma lo capite o no come è dura rimanere sulla cima dell’onda? Perché se non ci sei, non sei nessuno. E qui chi non è nessuno è già morto. Meglio che lo fosse anche fisicamente. Perché sei nel tunnel. E soffri. E se non soffri abbastanza ci pensano gli altri a farti soffrire. Ma lo capite o no quanta cura dobbiamo metterci nel farci vedere? Che c’è un limite ogni volta: appariscente sì, ma puttana no. Perché poi i ragazzi non ti chiedono che quello. Già tipo sanguisughe non pensano ad altro, che se li senti parlare sembrano i Simpson versione porno.  Quelli dei film che vedono su internet che li scaricano a manciate neanche fossero cioccolatini e poi te li raccontanto che non c’è più che vomito a sentirli. Se poi sembra che gliela dai senza aspettare, allora non c’è più riposo. E’ tutta una questione di immagine. Capisco che non si pensi ad altro. E non dico che non mi sono data da fare. Non così però: fare sesso nei bagni o in macchina o dietro casa tua, ma nascosta così nessuno ti vede. Che poi se mi vede mia madre, che se ne frega, che cosa potrebbe mai dire? Che cosa fa lei in fin dei conti? Che quanto a eccessi faccio fatica a starle dietro! E voi, non dovevate mica competere con le vostre madri voi in quei famigerati anni Settanta che tanto ce li venite a menare con Fonzi e i Beatles e quale altra diavoleria non me la ricordo più. Non mi interessava e l’ho rimossa. Come faccio di solito. Non voglio avere una discarica in testa: quello che non serve immediatamente si butta subito. Così c’è più spazio per pensare a come divertirsi. Eh, dovevate difendervi dalle vostre madri voi come tocca fare a me? Che quando mi costringere a fare shopping con lei li vedo gli uomini, tutti, e anche i ragazzi, quelli che ci farei l’occhio acceso e un po’ pornito, che guardano lei invece che me e le sue scollature e scosciature come se il mondo le girasse attorno e il marciapiede fosse una passerella. Che credo che voglia farlo solo per distruggermi, per annichilirmi, per umiliarmi tipo che guardano solo lei e non me, che sono ancora uno schizzetto. E io gliel’ho fatta addosso invece, che con il ganzo che le ronza attorno, e lei ci sguazza anche se è quasi più vicino a me che a lei di età, ci sono andata io mica lei. Forse anche lei, chemmifrega. Ma io pure. La sera che lei si è fatta aspettare. E non s’è accorta di niente. E ne sono orgogliosa perché questa volta l’ho vinta io. E mica mi pento sai? Di che cosa? Di fare quello che fanno tutti? Quello che chiedono tutti? Tanto tutto passa, neppure un’ora e passa. Vivere il presente. Ecco. Lo dicono tutti. Anche quelli famosi che vedo in tv e che mi fanno impazzire perché voglio anch’io diventare così. E non fare fatica. Che mia madre non la fa la fatica. Ha spiantato mio padre. Che quando se ne è andato l’ha morso fino al midollo. Rosicchiato. Spolpato. E adesso siamo ricche. Lui è ricco e anche noi. Finche dura. Lo dice sempre lei. Ma io non voglio fare fatica. Non serve. Non la fa nessuno. A scuola? Ma non farmi ridere! Che c’è sempre un modo per copiare, fregare, passare. E che serve studiare? Per fare i secchioni? Come le verginelle e i nerds, che stanno rintanati nella loro cultura e avvizziscono, in mucchi scomposti e rinchiusi perché non se li fila nessuno, solo fra di loro, che fanno ridere e non li tormentano nemmeno più perché non c’è gusto, solo quando sei un po’ giù e non ti va neppure di niente, allora una presa in giro, un paio di sberle, che non rifiutano mai, e ti tiri subito su. Che non bisogna essere sballati o tipo teppisti per fare queste cose qui. Che le fanno tutti e gli sfigati se le aspettano, ti sorridono e se le aspettano, fa parte del gioco, noi i belli loro gli sventurati. Noi quelli che piacciano, loro bui. E senza superare il confine e finire tra i bulli, che quelli non piacciano a nessuno, e sono deboli: fanno finta di sbancare, ma sono corrosi dentro. Lo capisci. Aggrediscono solo perché non riescono a guardarsi allo specchio. E sono così grezzi, sporchi, scialli. Noi siamo scianti e lindi: eleganti. Belle facce, mia nonna direbbe acqua e sapone. E mi diverto quando lo fa perché non sa, e non potrebbe mai sapere. Perché come ti guarda lei brucia. E quel fuoco io non lo voglio.
Però poi mi ritrovo questa faccia da malmostosa addosso sempre, anche dentro, come se mi guardassi in uno specchio interiore, che quando me lo dicono mi arrabbio perché capiscono e non voglio che capiscano. E un po’ fa smeriglio, fa superiore, ma troppo poi finisce che te lo dicono. Sorridi. E perché? E poi chi te lo dice è un adulto che non mi frega niente, mentre il mio giro non te lo dice neanche, ti spinge ai margini e poi ti espelle: perché fari i duri sì, ma i tristi mai. E’ una questione di immagine. Che noi vogliamo sempre divertirci. Che ci stiamo a fare sennò? Che tutto passa, ma qualche cosa rimane, ed è sempre la parte meno bella, più acida, che graffia. E temo che non ci sia trucco sufficiente per coprirlo, perché non è intorno agli occhi, ma dentro. E la faccia un po’ ingrugnata fa trendy, ma ci ho l’impressione che non sia una faccia che ti metti su tipo per cuccare o farti notare, ma perché non te la riesci a togliere che c’ha le radici dentro, profonde. Perché quando guardo il mare, non è la voglia di veleggiare che mi viene, ma quella di annegare. E questo non è bello. E la sera. Tipo quando perdo quei minuti affacciata alla finestra a fumare per non impregnare la stanza, che a me fregherebbe anche, ma lei rogna perché detesta quest’odore le ricorda mia padre, non è il cielo che vedo, né i colori, ma una coperta tesa, come quelle che da CSI copre i morti delle autopsie. E non so perché, ma non mi piace. E non so guardare più in là di domani, che già faccio fatica e non so neppure perché dovrei farlo. Ma un po’ mi ferisce. 

martedì 13 aprile 2010

L'angelo Gabriele




«Già, Gabriele. Non lo ricordavo più. Nome nobile. E' l'angelo che ha portato l'annuncio a Maria. Uno dei tre arcangeli insieme a Raffaele e Michele. La madre di quell'uomo commise un errore mostruoso: o forse fu lui ad essere schiacciato dal peso di quel nome. Nomen sit omen: il tuo nome ti sia di buon auspicio. Fu una sciagura, invece. Tutto in quella persona faceva pensare alla bassezza: la meschinità emanava da lui come una deformazione del corpo che nessun abito sia mai in grado di nascondere. Era forse la luce degli occhi o il modo in cui si torceva di continuo le mani o quel sibilo, dovuto ad una forma particolare di asma contratta in gioventù nei terreni paludosi e malarici dove era nato. Viveva nella perenne convinzione di essere l'olocausto dell'umanità: una sorta di vittima predestinata da un dio cinico e sarcastico che l'avesse eletto come capro espiatorio. E lui non negava a nessuno il suo disprezzo. Era impiegato postale nel paese di montagna, nel cuore dell'Abruzzo, dove andai a vivere per un certo periodo. Vi trovai impiego mentre decidevo che cosa fare della mia vita. Commesso da un pizzicagnolo. Per sopravvivere. Gabriele veniva a comperare formaggio e salame. Scivolava dentro il negozio, uno stanzone buio e polveroso, quando le ombre si facevano più dense. Sentivo il suo sibilo rauco prima ancora di vedere la sua faccia. "Firmino", mi diceva, "Firmino, il solito". E aggiungeva subito: "anche oggi scalogna nera. Lo sai quanti pacchi si spediscono in questi paese di balordi? Più che le capre! Sembra che ogni bestia abbia parenti ovunque nel mondo... E che gli manderanno mai? Pacchi pesanti, come peccati. E tocca a me portarli tutti: dallo sportello al cestone, dal cestone alla porta, dalla porta al furgoncino. Io non c'ho più l'età, Firmino. Lo vedi come sono? Secco. E loro ridono di me. I pacchi li spediscono solo per farmi faticare. Lo so, lo so. Non scuotere la testa. Li vedo in faccia io, quando vengono lì con quei loro macigni. Hanno facce rosse, gonfie, sporche. Hai mai visto come sono sporchi? Tutti! Anche il farmacista, che fa tanto il signore. Ma è sporco pure lui. E non mi saluta quando passo davanti alla sua bottega e lui è lì, sulla porta a fumare. E che? Non si può vivere senza medicine? Io, le sue medicine, non gliele compro mai! Mai, hai capito Firmino? Io con le erbe mi curo. Eppoi non mi curo mai perché sono sempre malato e non c'è più nulla che mi possa aiutare. La posta invece: come si può vivere senza quella? Come li manderebbero quei loro pacchi senza la posta? Maledetti loro e i loro pacchi! Firmino, me l'hai dato saporito il formaggio?


Eh, Firmino. Se non ci fossi tu in questo paese... ti dovevano inventare. Benedetto il giorno che sei arrivato. A proposito Firmino, da dove vieni? Me l'hai già detto, ma non ricordo. Non ho mai spedito pacchi per te! Grazie Firmino. Li odio i pacchi, io". Io tacevo. Era l'unica difesa. Ma anche il silenzio può essere giudicato, se proprio vuoi. Poi si trascinava fuori dal negozio, si fermava sulla soglia e con quegli occhietti piccoli e luccicanti -sì, luccicanti, come la pelle di una anguilla- radiografava la piazza. Un disgraziato, ti dico. Aveva accompagnato la moglie al cimitero: era  bianco come una busta. Lui ce l'aveva mandata! Almeno così dicevano. Non che la picchiasse: anche se per la verità non posso escluderlo. Fu il suo veleno: l'astio che colava da ogni suo gesto. Un anima di quelle che tengono la lista dei danni. Il rancore, che non aveva il coraggio di sfogare, gli si moltiplicava dentro come un virus. E poi traboccava.  Era arguto: non c'era frase che non contenesse un retrogusto marcio. Se diceva "buonasera", lo accompagnava con un tono sordo e minaccioso, e con un gesto della testa di sbieco, come se stesse attorcigliandosi su se stesso per attaccarti, alla moda di un serpente a sonagli, e pareva ti dicesse: "che sia la tua ultima sera". La moglie era pian piano svanita, si era fatta trasparente: consumata, come una candela. Finché non era rimasto più nulla e si era spenta, bianca sul grigiore diffuso delle lenzuola. "M'ha fatto torto", urlava Gabriele, "m'ha fatto torto anche morendo. Mi ha lasciato solo: e come faccio adesso con la casa e una figlia da maritare?". La figlia si era maritata da sola e in gran fretta, appena dopo la morte della madre. Era scappata via, ti dico. Credimi: so come si può fuggire. Forse aveva fatto sciocchezze prima del matrimonio per liberarsi da quel padre: aveva il terrore che uccidesse anche lei. "Svergognata! Il primo foresto che le è capitato a tiro!", commentava Gabriele, "che razza di uomo può essere quello? Un rappresentante di commercio: di biancheria femminile. Mascalzone! Come gli fatto gli occhi dolci lei qui, chissà quante donne... Peggio di un marinaio. Questo Cristina proprio non doveva farmelo. Mi ha rovinato. In paese lo dicono tutti: una ragazza inutile, leggera. E quello? La farà soffrire. Ah, ma io sono un buon padre, io. Mi trasferirò da loro, quando la finirò di spedire pacchi. E allora aggiusterò tutto io. So di avere le mie responsabilità. E metterò tutto apposto". Doveva aver comunicato queste sue intenzioni alla figlia, perché né lei né il marito si fecero più vedere in paese e dicono che cambiarono anche casa senza più scrivere al padre, per il timore di vederselo piombare addosso all'improvviso. Io ero ancora giovane, allora. Lo stavo a sentire. Un anima torva così non l'ho più incontrata. Però mi è rimasto il dubbio che la colpa non fosse tutta sua. Chissà, un torto patito in gioventù: forse l'asma vissuta come un castigo immeritato. Se qualcuno fosse stato a sentirlo fin d'allora... Certe volte mi pareva di vedere un alito diverso: come uno spirito prigioniero che cercasse di forzare la serratura e venire fuori. In controluce mi pareva di scorgere sul suo volto agitarsi un altro uomo che premeva e piangeva per liberarsi. Sembrava che i lineamenti stessi si distendessero per assumere toni più sfumati, più lievi. Un secondo. Forse anche meno. Poi ritornava quell'espressione fratturata e cattiva. Non so che fine abbia fatto. Dopo qualche anno me ne andai da quel paese. Mi era venuto a noia quel sole stanco che rovesciava pigrizia».



lunedì 5 aprile 2010

Un filo senza fine




Papà, lasciamo tutti e andiamo via, papà, lasciamo tutto e andiamo via” Mi stanno indosso come un maglione caldo queste parole di una delicata canzone di Vecchioni, e tutte le volte che le incontro nei miei pensieri mi assale una commozione umida, una malinconia che ondeggia sul viso prima di calare lieve verso il cuore dove si ferma a lungo, lasciandomene le tracce negli occhi. Non perché io senta il desiderio di dover scappare. Tutt’altro. Poiché fuggire da qui sarebbe la fuga del disertore e non quella del prigioniero, o tanto meno quella dell’eroe, so bene che non posso neppure pensarci. E’ che sento forte questa privazione, questa lontananza, questa assenza.
Sento di aver perso troppe volte l’occasione di stringerlo, di abbracciarlo, come vorrei fare ora con mio figlio, e come me allora, lui oggi sfugge perché non è da uomini, non si fa, non è consentito: tragico inganno che si scioglie solo quando è troppo tardi o quando ti trovi tu dall’altra parte di quell’abbraccio che non si riesce a stringere.
Lo vorrei abbracciare, adesso. Non c’è più. E brucia. E sì che ho avuto il privilegio di tenergli la mano a mio padre mentre moriva, seduto su quella poltrona che ancora conservo, come se guardarla da vicino –non oserei mai sedermici sopra- potesse accorciare una distanza che di fatto già non esiste, dato che ci sovrapponiamo nella dimensione dello spirito. Eppure mi manca. Più di mia madre? Non so, forse sì, se è mai possibile dare una misura ad un taglio netto, a una ferita che ha reciso completamente le radici. Sono io ora la radice, il rizoma che si spinge giù in profondità nel presente. Nulla intorno a me, nessuno più. Solo discendenza. E questo peso, questa responsabilità la sento gravarmi addosso ogni giorno, quando mi soffermo sulla soglia della sera, a pensare, a raccontarmi parole che trovo sempre con maggiore difficoltà ed estro, e che in questa rarefazione si fanno ardenti e spesse.
E sento che questo sentimento lo ho condiviso con lui, me lo disse il giorno del funerale di sua madre, seduto al tavolo mentre aspettavamo che tutto avesse inizio –strana parola inizio per una cerimonia che rende sacra una fine; eppure no, perché effettivamente di un nuovo inizio si tratta. Stava lì a capo chino, mescolava lento il caffè che sua sorella gli aveva offerto, e lo si vedeva che soffriva, con dignità. Alzò di scatto il viso, mi guardò e me lo disse, lui che non era di tante parole, lui che non si era mai confidato con me, lui che ascoltava, he sapeva ascoltarmi, sapeva come volermi bene, sapeva come discernere tra la valanga delle mie parole quelle da trattenere, estranedole non da un tesoro, ma da un mucchio di ciarpame, lui alzò di scatto il viso e mi disse: “Adesso alla base dell’albero ci sono io. Non c’è più nessuno dietro di me”. Poi tacque. Non era triste. Non disperato. Semmai compunto. Ispirava rispetto. Emanava ricchezza. E io l’ho ereditato questo dono e mi chiedo fin dove tracciare la retta che scende nelle pieghe del tempo per trovare un primo, tra i miei avi, che abbia ricevuto questa illuminazione e l’abbia così donata in eredità a tutti i discendenti fino a me (e spero di meritarmi il privilegio di poterla tramandare ai miei figli).
Frugando tra le sue carte ho trovato questa vecchia foto: non credo gli appartenga perché ciò che contiene racconta di un’epoca ancora precedente alla sua. Chissà forse appartiene a mio nonno o a suo nonno: la conservo perché si sovrappone alle parole di quella canzone: un desiderio di partire per fare ritorno, non di abbandonare, ma di riscoprire. Mettere dentro una valigia non per portare via, ma per selezionare, sfoltire, recidere quello che non serve tenere addosso, appiccicato come un indumento sudato.  Me lo immagino questo antenato, a contemplare la valigia sul letto, ad accumulare carte ed indumenti, a sedersi per guardare fuori dalla finestra, prima di decidere che cosa tenere con sé. Perché non sta fuggendo, semmai arriva. Ma è più un tesoro quello che sta esaminando, è una valigia che contiene la sua vita. Chissà forse è appena sceso da un battello, o ha cambiato casa. O si sta esaminando. Ciò che trasmettere è una lucida serietà, la capacità di guardarsi dentro e di valutarsi con ironica misericordia, con il medesimo sguardo che si dovrebbe applicare a tutti, ma che si finisce per conservare solo per se stessi, e per giunta addolcito dalla compiacenza.
E ciò che questo mio bisnonno accumula mi pare come le immagini che ti porti appresso, succhiate qua e la dalla vita quando meno te lo aspetti e solo se sei sempre pronto a deporre i tuoi pensieri per accendere cuore e intelletto. Ho capito ad esempio il senso della paternità ben dopo che sono diventato padre: non perché non ne avessi coscienza, ma perché non ne avevo penetrato l’essenza. Una sera di Gerusalemme –anche questo è un verso di Vecchioni- scendendo attraverso il quartiere ebraico, vidi un bambino gettarsi fuori dalla sua casa per correre incontro ad un uomo gridando “abbà, abbà” e poi abbracciarlo. E lì tutto si è fuso, si è rappreso, e poi si è steso in un nuovo chiarore: tutto ha preso senso e profondità. E ho ripensato a mio padre. 
Dell’infanzia ti rimangono in mente immagini spezzate, vivide ma dai bordi taglienti, imprecisi. Ricordo un gioco che facevamo nella primavera promettente di Milano: ci sedevamo sul balcone della cucina, guardavamo la strada che si intravvedeva tra le costruzioni, e scommettevamo ad indovinare da quale direzione sarebbe arrivata la prossima macchina. Oggi quella stessa strada, se potessi tornare a vederla da quel balcone, penetrando i muri delle case che nel frattempo hanno oscurato la vista, la vedrei intasata da una coda senza fine in ogni direzione ad ogni ora del giorno.
E me ne sto qui ora, in silenzio, a guardare il tramonto, situazione banale da scrittore di seconda fila, eppure così quotidiana da assumere, se la si sbuccia rimuovendo quella patina di consuetudine che la rende sciatta e opaca, un valore acceso. Guardo e ascolto i suoni della città pacati e lievi, come la risacca e, prima di rientrare in casa dai miei, spengo la canzone che ancora Vecchioni mi cantava nella testa

domenica 28 marzo 2010

Quando c'è l'amore




Ma che ne sapete voi dell’amore! Mica dove andare a cercarlo nelle pieghe della vita. Vi vedo che mi guardate di nascosto, fingendo di fotografare il panorama dall’altra parte della baia. Ma state guardando me che ho il coraggio di mettermi in posa, qui su questo muretto. Dove inizia la mia vita. Perché questa foto farà il giro del mondo. Mi disprezzate. Non cogliete la mia bellezza. Non, non parlo di quella interiore. Quella non la conosco. Mi sfugge. Non riesco a stringerla tra le mani neppure quando al mattino mi sporgo dalla finestra per riuscire a vedere il mare giù dalla collina, nascosto dal fitto intreccio di palazzi sporchi, e mentre assaporo la prima sigaretta del giorno, cerco di non pensare altro che alla mia vita, ai miei sogni, e di scendere in profondità dentro di me. L’ho letto su una rivista: calatevi nella caverna della vostra anima, stanate il drago nascosto e ruggite alla vita. Io ci provo, ma quando mi chino dentro trovo solo dolore, delusione, sporcizia: insomma, la mia vita. E non riesco più a ritrovare il filo che conduce a me stessa. Quando l’ebbrezza supera il limite che posso tollerare, e che riesco ogni giorno a spostare più in là, quando la sigaretta sta finendo, quando sento il fischio del caffè, quando riesco a ritrarmi da questo guazzabuglio nel quale ho paura ad avanzare, volgo lo sguardo verso la mia casa e piango. Non tutte le mattine. Spesso. Perché in questo minuscolo appartamento, scavato nella presunzione di chiamarlo dimora, messo assieme con pezzi sghembi, diseguali, assediato da un ordine maniacale per dare dignità alle quattro carabattole che parlano di me, in questo ciarpame c’è la mia storia. E soprattutto il mio futuro.
E’ della mia bellezza esteriore che sono orgogliosa. Quello che mi lancerà verso un futuro dal quale vi sorriderà irridendovi e voi proverete invidia e vergogna. Guardatemi. Non ho paura a sorridere all’obiettivo. Tra un istante lo farò. E alzerò lo sguardo che ora tengo accorto e pensoso. Mi fa paura. Ma posso farcela. Rizzare il capo in un gesto di sfida al mondo, a San Francisco che sta alle mie spalle al di là del mare, e sorridere a questa vita che mi si nasconde di continuo. No. Non sono stata sfortunata. E’ un alibi che lascio alle sciantose che incrocio quando vado al lavoro. Piagnucolano millantando insuccessi provocati dalle circostanze. Invece io no, con orgoglio mi vanto di aver sbagliato tutto quello che potevo e che questa vita insipida, inavvertita, banale, che scivola tra le ombre della città, è il frutto della mia libertà. E dell’amore. Che non ho mai trovato inseguendolo sempre nelle persone sbagliate. Al punto che ormai mi chiedo, nei fugaci momento in cui scroscia dentro di me una consapevolezza morbida e tiepida, se non sia io quella che ha sbagliato a capire che cosa l’amore sia realmente. Eppure è così chiaro quando lo vedi in televisione. Entri in uno di quei bar e ne esci con la felicità. L’ho fatto. Sembrava così semplice. Ho scelto. Non mi sono mai fatta usare. Tutto ciò che ho trovato è un letto da rifare. Lenzuola da lavare. Toccava a me. E ogni volta un gusto amaro che nasceva piano, sommergendo quel senso di carne accesa e compiaciuta, e poi montava come un’onda gagliarda per non sommergere, ma accarezzare ogni cosa e avvolgerla e lascarle addosso una patina prima brillante poi via via sempre più opaca fino a diventare grigia come caligine. Ecco questo è il colore della mia vita: seppia. Come le foto che scolori artificialmente per fingerle vecchie. Io sono vecchia. Ma dentro, non fuori, che ancora gli uomini mi inseguono. E i vostri occhi. Spenti e giudici. Ve la farò vedere. L’ho deciso oggi, quando ho raccattato questo slavato ometto per convincerlo a venire qui a farmi queste foto, quelle grazie alle quali la mia vita cambierà. Gli sfuggirò dopo. Rientrati in città, lo lascerò a bocca asciutta. Dopo che mi avrà restituito la dignità regalandomi questi scatti.  Le stamperò, con cura. Nel corner del magazzino dove lavoro. Chiederò un favore. Me lo concederanno. Poi la più bella la metterò in cornice. E l’appenderò sul muro. E guardandola, ogni sera e ogni mattina, mi renderò conto di quello che avrei potuto diventare. E troverò quel filo che forse potrà condurmi via da qui.

Tu che sai





Ti senti bella. Di più. Ti senti fine, elegante. Se fossi vissuta nel secolo scorso ti saresti trovata a tuo agio nei panni di una nobildonna francese o di una baronessa russa; o forse, meglio, saresti stata un'eccellente milady inglese, generosa anche con la servitù. Cammini con tranquillità, lo sguardo alto, il portamento altero di chi sa di valere e di non avere nemmeno bisogno di dimostrarlo. Non vesti in modo affettato per affascinare: sai che non ti serve, ti basta la semplicità, anche se non sobria, ma piuttosto raffinata. Non solo, ma hai capito benissimo, lo spiegavi proprio ieri alla tua amica in mensa, che un abbigliamento appariscente invece che colpire la fantasia di un uomo e scuoterne il cuore, lo afferra solo per i genitali ispirandogli pensieri indegni per lui e per te. " Preferisco piuttosto il sussiego", le dicevi, "forse un po' esagerato in quest'ambiente aziendale, ma sicuramente più distinto che la volgarità". E tu vuoi certo distinguerti. Nel lavoro sei precisa, attenta, anzi perfetta: arrivi molto più in là di dove potresti fermarti e ci tieni che gli altri se ne accorgano. Manovri perciò in modo che i tuoi successi siano visibili, senza che sia tu a renderli palesi. Abbandoni con sapiente noncuranza una statistica vicino alle vaschette della posta interna, perché sai che i curiosi non mancano e che verranno a chiederti ulteriori spiegazioni, finendo per lodare la tua iniziativa. Ti presenti alle riunioni con dati sempre aggiornati e stupisci tutti i superiori presentando già informazioni che ti avrebbero chiesto in futuro. Poni agli altri domande delle quali conosci già le risposte e di fronte alla loro ignoranza suggerisci una possibile soluzione, quella giusta ovviamente, e ottieni la loro gratitudine e la loro stima. Quando ti lodano, ti schernisci: riesci ad arrossire appena. Sorridi. A volte una risata lieve ed argentina tintinna tra le tue labbra appena socchiuse. Accavalli le gambe, giri intorno lo sguardo assumendo un' aria modesta che mal si adatta al tuo viso. Alzi le spalle, chiudi il colletto della camicetta con un gesto vezzoso e cambi discorso. Se chi ti loda ripete il suo encomio, non fuggi più e ti lasci ammirare. Sei severa: siccome sei rigorosa con te stessa, pretendi, a ragione, che tutti i tuoi colleghi lo siano altrettanto. Non sopporti i lavori affrettati, non sei propensa a scusare, anzi cerchi sempre il lato più torbido nelle azioni degli altri. E' come se ritenessi impossibile che attorno alla tua luce splendente possa esistere ancora qualche piccola chiazza di buio: tutto viene fatto contro di te, non soltanto per superficialità. Sei donna: questo basta a condannare gli uomini in una sorta di contrappasso per tutte le angherie che nei secoli il sesso femminile ha dovuto sopportare nel mondo del lavoro. Quando l'irritazione sfiora il tuo viso, allora è il temporale: nuvole gonfie e cerulee si annidano nei tuoi occhi e la grandine sferza chiunque osi varcare la soglia del tuo ufficio. Cambi persino voce: non potresti lasciarti andare a espressioni volgari, certo inadatte ad una signora, con il medesimo tono con il quale commenti l'ultimo film che hai visto. Il collo ti si irrigidisce e tutta la tua femminilità si rovescia in scatti di ira, come se tutte le ferite, che tu credi di aver accumulato in una vita di lavoro, potessero venire risanate in un rabbioso duello che contrappone il tuo orgoglio alla fatua insensibilità degli altri. "Sono donna" pensi dentro di te in un lampo nervoso, "e non lo vogliono capire: o meglio, lo capiscono fin troppo e non si rassegnano. Che mai succede? Una donna, sposata per giunta, che lavora e produce assai meglio di tanti uomini? Che sia prostrata professionalmente, che le sia negata l'informazione e la sua gestione venga potata laddove questo non comporti rischi per l'azienda". Questo è quello che leggi negli occhi dei tuoi colleghi e non c'è ragione per odio più profondo. Insulti ad alta voce, forse più rivolta a chi può ascoltarti che non al tuo nemico. Sai di avere l'attenuante della ragione, che nessuno può negarti, e perciò superi con voluttà il limite della decenza, sicura che nessuno verrà a rimetterti al tuo posto. Comunque, hai sempre l'attenuante dell'isteria femminile: non è né onesto, né professionale, ma qualche volta è un alibi comodo, soprattutto per loro che lo pensano. Non sempre riesci a trovare in breve tempo la strada che ti riconduca alla serenità, ed allora sono giorni bui per tutti. Parli a scatti, agiti frenetica le mani, spargi documenti sulla scrivania per riordinarli e di nuovo suddividerli in compiti diversi. Togli e rimetti gli occhiali di continuo, come se l'inquietudine che porti dentro potesse placarsi con i gesti del corpo. Il tuo viso si indurisce, cambia colore: gli occhi si assottigliano assomigliando sempre di più a due feritoie incise di sbieco sulla garitta di una torre di guardia. Se non avessi già smesso, e ogni cosa che tu decidi non può cambiare, ti metteresti a fumare con rabbia, solo per il gusto di deformare la tua immagine e attirare ancora di più l'attenzione su di te. 
Non ti ho mai visto piangere, non è da forti. Il tuo rancore sublima lentamente. Spesso ti basta sfogarti con qualcuno dei tuoi confessori, che cambi spesso, dando la preferenza agli ultimi arrivati, soprattutto se più giovani di te. Con loro puoi giocare la doppia carta della donna di esperienza e della madre premurosa. Ti stanno a sentire, spesso di te si innamorano: non certo abbassandoti al ruolo di una possibile amante, ma innalzandoti sul piedistallo della donna ideale o della sorella desiderata. Stanno lì, con gli occhi lucidi, rosi da questa casta passione, a guardarti mentre parli loro di questo e di quello e sorridi e il tuo volto si illumina. Allora, dal loro silenzio, dall'ammirazione che riempie la stanza intera, vieni purificata e riacquisti il tuo sguardo limpido. Loro sorridono con te, felici di aver riacquistato la loro dea e di aver contribuito, con il loro amoroso sacrificio, a pacificarla. Tornata la calma, ti guardi in giro, con una mano riordini i capelli e ti senti salire verso l'alto, in quelle regioni del cielo dove splende di nuovo il sole, per riprendere il tuo posto. Non si può certo dire che semini discordia o che ostacoli i colleghi. Certo, non rifiuti a nessuno il tuo disprezzo: il tuo primo sentimento è il dubbio e il colpevole di una simile abitudine meriterebbe un odio feroce. Ami conversare sottovoce durante le riunioni, come una studentessa dell'ultimo banco, sottolineando errori e trasgressioni degli oratori, soprattutto di quelli che hanno meno confidenza con te. Non hai tutti i torti. Prendi nota, non dimentichi mai le ferite che pensi di aver ricevuto dai colleghi e, come un disco fisso di infinita capacità, registri tutto al posto giusto -per te non esiste il comando che cancella i ricordi- come se potessi poi ergerti, proprio tu, a boia nel giudizio finale sulla vita di ognuno. Se ai colleghi non risparmi il tuo odio, quando -secondo te- lo meritano, sai intrattenere amabilmente i clienti, come si conviene ad una vera signora, e certe riunioni, affidate alle tue cure, assumono più il tono vaporoso di un the fra amiche, che non la rigida cortesia del lavoro.
Non hai figli e ormai non ne vuoi: lo fai per loro. "Come potrei essere una buona madre? Come potrei seguire un figlio nel modo giusto", commenti spesso con le amiche, "se tutte le sere il lavoro mi costringe a tornare a casa tardi e se spesso mi tocca cenare fuori? Come potrei smettere di lavorare per prendermi cura di lui? I soldi non bastano mai per il necessario: e non vorrei certo vedere mio figlio vestito male o frequentare brutte compagnie. Preferisco un figlio di meno, ma un golfino di più e siccome figli non sono arrivati prima, adesso è meglio lasciar perdere". Tuo marito è d'accordo. E' un chirurgo di fama. Tu adori la sua figura, così austera e imponente, sprizza carisma da tutti i pori. E' alto, leggermente brizzolato, la carnagione appena brunita e occhi seri. Non sorride spesso e incute rispetto, più che timore. Ha gesti lenti, precisi. Sfoglia le pagine di un libro come se stesse operando a cuore aperto. Ciò che ti ha sempre colpito di lui sono le mani: le dita affusolate e le palme larghe e morbide come batuffoli di nuvola possono accarezzare con delicatezza e al tempo stesso sanno incidere rapide e precise per ridare la vita. Ogni suo sguardo ti accende di tenerezza: quando torna stanco alla sera, sai dargli quel calore che desidera senza fargli pesare la tua stanchezza. Vuoi essere una moglie degna di lui, anche per questo punti in alto nel lavoro. Sai che la sfida, prim'ancora che con i tuoi rivali, è con il tuo sesso: proprio per questo arriverai. Certe volte ti irritano le donne, perché si ostinano a volare basso, come galline, mentre tu hai l'ardire dell'aquila. Ti infastidisce sapere che si accontentano, considerando un peso quello che per te ha grande senso. Guardi con distaccata simpatia le tue colleghe che parlano di asili, bambole, influenze. Ami i bambini, purché stiano lontani. Dici di essertene fatta una ragione e lo sguardo ti si vela di sottile malinconia, come per una commedia che avresti voluto proprio andare a vedere, ma che ti è sfuggita a causa di impegni improrogabili.
Ti turba, qualche volta, pensare forte alla tua vita: ti sembra che scivoli come una barca sulla corrente di un fiume. Te lo immagini largo, limaccioso, le rive confuse dalla boscaglia, come quello che vedesti l'anno scorso in Brasile durante le vacanze. Sai che tutta quella tranquillità nasconde, prima o poi, una improvvisa cascata: non è che ne temi la pericolosità, ma piuttosto detesti l'idea che potrebbe coglierti impreparata. Allora scosti le tende e guardi fuori dal vetro della tua villa di campagna, ti stringi nella camicia da notte di seta per scacciare quel brivido che senti più dentro che fuori. Le foglie degli alberi muoiono nel vento e vengono a giacere sull'erba del tuo giardino. Le fissi alterata, ti sembra che qualcosa stia colando dentro di te: una sorta di miele acido e vorresti liberartene. Tuo marito ti si avvicina, ti stringe per le spalle, ti posa un bacio sui capelli. Tace. Chissà a cosa pensa? Chissà se condivide le tue stesse indecisioni, se anche lui cerca di scivolare sotto la calma superficie del fiume, o se desidera prender terra in qualche punto della riva? Chissà se pensa mai al fiume o se s'immagina la vita in modo diverso dal tuo? "Chissà se vive", ti domandi, "e se vivo anch'io con lui". La luce sta pulsando nel cielo grigio. Tu che sai cosa vuoi, o credi di saperlo, ti riscuoti ed indicando le foglie che si accumulano sul prato come un tappeto giallo, gli dici: "Bisognerà toglierle dall'erba o la soffocheranno tutta".

Lo sguardo di Lazzaro





E’ come quando giochi a nascondino da bambini. Ti nascondi. Ti fai piccolo. E aspetti. E non viene nessuno. Dapprima sei contento. Ti rallegri. Sei stato furbo. Non ti troveranno mai. Poi ti preoccupi. Ti spaventi. E poi capisci. Non ti cercano. Non ci hanno mai provato. Esci e scopri che stanno giocando ad altro. Se ne sono anche andati via. E tu sei niente. Dimenticato. Non ti guardano neppure. È stato lì che ho capito. Un segno per tutta la mia vita. Neppure ai margini. Perché lì c’è dignità. Neppure ultimo, che l’ultimo comunque ha un suo senso, ottiene rispetto. Semmai penultimo. Mai menzionato. Così. A sciabordare, pallido e slavato, nel campo cieco, nel pattume.  E così ho vissuto. Un predestinato? Forse. Forse da quella volta ho forzato io la mano al destino. Mi ci sono tuffato invece che cercare di sfuggirgli. Gli sono corso incontro, urlando, la sciabola sguainata. Perché non volevo fare la fine del codardo, ucciso con un colpo alla schiena. Rimorsi? Non so. Non oso neppure farmi la domanda per paura di non conoscere la risposta. Qualunque sia è sbagliata. L’errore perfetto. O l’orrore? Come questa sedia qui, abbandonata sul ciglio di un marciapiedi, senza una scopo specifico. Chissà, o forse sì: è la casa di qualcuno più disperato di me. Perché la mia miseria non è esteriore. No, anzi. Ho fatto carriera: ero così insignificante, gelatinoso che ce l’ho fatta a insinuarmi tra le fessure del sistema. A espandere la mia mollezza, a sfruttare la mia trasparenza, per salire. E apparire all’improvviso in posti che nessuno avrebbe mai creduto. E’ dentro che sento il vuoto. E’ quando chiudo la porta di casa mia, che ripiombo in quel buco: torno nell’angusto anfratto nel quale sono sparito per sempre, in quel mondo in cui nessuno verrà mai a cercarmi. Perché per uscire dal sepolcro, per tornare alla vita, ci vuole una voce che ti chiami per nome, che lo gridi il tuo nome, forte, che ti dica “vieni fuori” e ti aspetti, lì a braccia spalancate. E questa voce io non l’ho ancora sentita. C’è, sì, da qualche parte c’è?  Non posso immaginare che tanti si imbroglino con così assurda violenza. Perché li vedi, le facce da salvato,  gli sguardi da chiamato. Li vedo camminando. Anzi, scivolando inavvertito dentro la folla. Finché verrà un giorno, sì, lo so, lo devo sapere che verrà. Verrà un giorno in cui due occhi mi cercheranno, si fermeranno su di me, non per accidente, ma per volontà. E quello sarà il richiamo.

Passione e sentimento



La passione è una bestia che si controlla facilmente, non fosse che per orgoglio: il sentimento no.
Con la passione ci giochi, l’accarezzi in coda al semaforo quando ti diverti a fissare e sorridere dentro le macchine dove un’affascinante ragazza accetta e ricambia la sfida dei tuoi occhi. Felici entrambi che tutto svanirà pochi secondi dopo, quando il rosso della passione si dissolverà nel verde del semaforo. Forse la insegui, giocando più con te stesso, e lei sembra accettare fino a quando un (im)provvido autista ti sbarra il passo e ti riapre le porte del tuo universo. Il sentimento ti scardina: come un vento, che sorge gentile per trasformarsi in tempesta, ti piomba addosso proprio quando gli vai incontro allegro e presuntuoso e ti rovescia come un guanto. Perché si appoggia sul tuo orgoglio.
Ti è successo: proprio quando credevi che non sarebbe mai potuto accadere: ti sei innamorato di un’altra donna. Ma non è una questione di carne, di quegli ardori che entrano dagli occhi e, grassi, scivolano giù oltre lo stomaco per fermarsi tra la gambe e scuotere. No: questo ti si è fermato nel cuore, come la piuma bianca di Forrest Gump, e non sembra volersene andare via. Sta lì, quasi nascosto, timido, ti sgrana gli occhi contro, stupito e svagato, come un bambino infreddolito che ti si ripara addosso e teme solo che tu lo voglia scacciare via, nel cuore dell’inverno. E come si fa a mandarlo via, nel gelo? Nella tormenta? Com’è facile crearsi degli alibi quando non vuoi guardare in faccia la realtà?
Che farai? Ti guardi addosso smarrito e non trovi una soluzione. Una sola soluzione esiste: è proprio quella che escludi in partenza. Perché credi di averne il coraggio.
E’ successo per caso: come avrebbe potuto altrimenti?
Non te l’aspettavi: tu così imbolsito nella tua sicurezza, nella tua spocchiosa certezza di non commettere errori, né tanto meno di aprire la strada a debolezze che annidandosi nella tua vita potrebbero mettere in forse il castello di moralità che ti sei costruito intorno. Eppure è successo: un granello di sabbia nell’ingranaggio, una concessione alla vanità, o forse soltanto la trascuratezza, e quel vento ha trovato lo spiraglio attraverso il quale insinuarsi. Come serpe nelle fessure del muro.
Una battuta lasciata cadere forse più per riempire un fastidioso vuoto che per comunicare una notizia importante: “la prossima settimana sono a Firenze per lavoro”. “Allora la invito a cena”. Un brivido. Hai lasciato cadere le cose, ma queste sono rimaste in piedi. Hai avuto l’impressione che lei insistesse e un primo sorriso, diverso dal solito, non dunque di serenità, ma quasi di vittoria, ha leggermente piegato le tue labbra. Non ce l’hai fatta a tirarti più indietro. Perché? Per vanità? Per il desiderio di sentirti desiderato, tu, proprio adesso che senti il tuo corpo disfarsi con dolcezza non sotto i colpi di un’età che scappa, non puoi pensare questo quando i quarant’anni sono ancora una frontiera lontana, ma per il leggero picchiettare del lavoro, come di quelle attività che senti così tue, che ti lavorano l’addome e i polmoni, depositando nel primo quello che sottraggono ai secondi. Desiderato poi? Per che cosa? Per chi? Che cosa è stato? Che cosa ti ha fatto abbassare quella tua guardia di cui sei così orgoglioso? Forse un orgoglio più grande? La pretesa di ricostruire? Di essere importante per qualcun altro, anzi, diciamolo con chiarezza, per un’altra donna?
Ecco sì, me ne accorgo cogliendo quel gesto, quasi impercettibile, di fastidio che ha preceduto il tuo sorriso: una venatura di tollerante ironia, come per allontanare -da chi: da me? Da te?- il sospetto. La vanità sa scegliere strade impervie e difficili per perforare l’anima e riemergere ammantata di sentimenti innocui: è quella macchia da sempre impressa nelle profondità dell’intimo, che spinge te, come ogni altro uomo, a cercare un’affermazione. Di più: l’affermazione. Un continuo, inarrestabile cammino che ha bisogno sempre di nuovo consenso, perché quello rinnovato non basta più. E’ questo che ti è sembrato di vedere? La caccia? Banale! Proprio per questa desiderata! Essere di nuovo dio per qualcuno?
Di certo, da quel momento è cambiato qualcosa. Hai atteso il giorno della partenza con la stessa ansia con la quale da bambino aspettavi la mattina di Natale. In macchina giocavi con la radio. Fermo all’autogrill, le briciole del panino ancora sulla barba, il respiro infastidito dalla puzza di fumo che inondava il locale, hai avuto una esitazione. Ti sei fermato con il telefono in mano, il numero già composto sul visore, il dito pronto a premere il tasto. Che cosa hai visto? Qualunque cosa fosse, non è stata più forte della tua agitazione. Hai pigiato, la telefonata è partita, lei ha risposto. Un po’ fredda per la verità, quasi distaccata. Hai avuto l’impressione che si fosse pentita di ciò che ti aveva detto solo pochi giorni prima. Hai avuto paura: non tanto di aver perduto qualche cosa che ancora non avevi, quanto di aver sprecato la tua sicurezza in un sogno che non aveva radici. Ti sei preoccupato più per il tuo orgoglio che per la tua tranquillità. Ti sei visto trascinato e deriso dalla tua vanità, gettato in mezzo alla piazza, umiliato, beffeggiato. Hai avuto paura.
La sua voce si è raddrizzata, ammorbidita, forse era solo la tua medesima tensione, la fatica della costruzione, un momento poco adatto. Avete combinato per la sera dopo. Ancora una giornata di attesa. E’ stato lì che hai cominciato a crearti alibi, a ingannarti con l’innocenza e la semplicità di una cena con una cliente, affermazione peraltro incontestabile. Un’angoscia di segno inverso ti ha allora assalito costringendoti a sedere. Un pensiero martellante che ha cominciato a combatterti ti ha persino tolto la voglia di mangiare. Te ne sei andato di filato nella tua camera d’albergo e ti sei buttato sul letto, la televisione accesa, fingendo di sfogliare libri e appunti di lavoro, come per prepararti alla giornata seguente. La cui sera è calata di schianto. Una mano che scuote i capelli. L’altra che chiude la porta della stanza. Il cielo strina di colori: brucia e sanguina al contempo. Come te. Un vente leggero si porta via il tuo onore. Bastava così poco: l’avresti creduto?
Hai preso l’auto, acceso la radio prima ancora di mettere in moto, e tutto ha cambiato velocità. La strada è volata via fino al parcheggio dove vi sareste incontrati. La musica è più galeotta dei libri: non so se avessi scelto apposta la voce di Michael Pfeiffer o se è stato tutto un caso, ma mentre attendevi, seduto in macchina, anche impaurito, guardando ogni vettura che ti si affiancava per riconoscere lei, quella My funny Valentine ti ha confuso ancora più le idee al punto che hai finito per lasciarle da parte e affidarti al cuore, che non sa spesso dove va. Finalmente lei è arrivata.
Sorride. Vi date del lei. State lontani. Sali sulla sua macchina. Cominci a parlare: lento, distaccato, professionale. Non sai che cosa vuoi. Neppure lei probabilmente. Arrivati. Parcheggio. Due passi. Il ristorante. Ordinate. Parlate di vicende ai margini; poi il cerchio si stringe: la tua vita, la sua vita, i ricordi, il passato, il presente. La voce ha cambiato tono. Uscite. E’ ancora presto. Si fa due passi per le stradine del centro. La temperatura è morbida. Lei ti cammina vicino, ti verrebbe quasi voglia di prenderla sottobraccio. Resisti. Vorresti fosse lei a farlo. Non lo fa. Ti dispiace. Ridete. Ti riporta alla macchina. Le avevi preannunciato un regalo, nulla di personale, solo un libro del quale avevate già parlato e che è collegato in qualche modo alle sue vicende passate. Glielo dai. Vi salutate. Lei si sporge e ti bacia sulle guance. “Ci rivediamo?” , ti chiede. “Se le fa piacere”, abbozzi ed aggiungi come per difenderti, “sarò qui di nuovo tra quindici giorni, se è libera e lo desidera mi chiami”. “Senza dubbio”, risponde e invece il dubbio comincia già a morderti.
E’ già tutto finito. Eppure quell’attimo nel buio, illuminati di taglio dall’insegna dell’albergo, mentre siete rimasti vicini, ti ha lasciato una ferita profonda. Come nei film avresti voluto fermare il suo movimento. Sporgerti piano anche tu in avanti e con delicatezza baciarla. Quell’attimo congelato in cui gli occhi si guardano interrogandosi e scorgendo gli uni negli altri angoscia e desiderio, ma di nuovo non una sensazione forte, carnale, quando una tenerezza infinita. Ecco, quell’attimo che non può che accadere una volta tra un uomo ed una donna perché poi tutto sarà differente, qualunque sia la direzione che le vicende prenderanno. E’ questo che desideri? Vivere una scena che ti è stata rubata nel passato? Essere protagonista di una nuova storia d’amore? Non lo sai neppure tu: ti affascina la sequenza di fotogrammi. E dimmi: che cosa sarebbe accaduto dopo? Non ammetti che puoi pensarci. L’amore oggi è merce al dettaglio e tu non vuoi comperare. La dolcezza è padrona più crudele della vigliacca passione: quest’ultima molla la presa quando la scuoti al mattino, la prima non morde neppure, scivola dentro. Non ti era mai successo. Accenderti sì, è la natura che si agita e ti vantavi di metterla a tacere, di saper voltare lo sguardo, a volte con un secondo di ritardo, al punto che l’immagine ti rimaneva addosso, non per molto però. Adesso invece guidi piano nella notte toscana, risali lungo l’autostrada declivi secchi e crudi mentre rientri in albergo. Ascolti una musica che tormenta: l’hai scelta tu questa volta. La stessa voce della stessa Michelle Pfiffer che canta ancora My funny Valentine: lo stesso struggimento, no anzi: diverso. Profondo, rosso e rumoroso. E tu non sai spegnere quella melodia così come non riesci a tagliare una vicenda che non è che all’aurora eppure scalda come se fosse a mezzogiorno. La colpa ti macera dentro, la ricacci cercando di annegarla con un fiume freddo di giustificazioni. In realtà aspetti come un bambino che l’incontro si ripeta, che quel piccolo amore cresca. Il sonno ti sorprende come un ladro, più per pietà sua che per tua scelta. Ma puoi ancora scegliere ormai? 

Ripiegato




Vorrei essere stato io. Vorrei averlo ucciso io. Almeno la facevamo finita e non se ne parlava più. Invece no. Non solo non sono stato io, ma neppure so nulla di ciò che è successo. Non basta. Non mi credono. Si sono convinti. E non riesco a fargli cambiare idea. Perché ogni parola, ogni gesto, ogni colore loro lo incastrano nel loro castello. E tutto li conferma nella loro devastante ipotesi. Non so perché. Qualcuno all’inizio ha avuto questa idea. E se ne è innamorato al punto da diventarne prigioniero. Di più. E’ diventato lui. Si è insinuata lui, lo possiede. E quindi nulla potrà mai fargli cambiare idea. E le cattive impressioni, si sa, fanno presa. Crescono più in fretta perché alimentate da quel vento tiepido e calmo che vive dentro ognuno di noi. Non so come definirlo, non credo sia invidia. Di che poi? Del mio misero lavoro? Della mia vita insulsa che cercavo di rendere meno segalina ad ogni alba? E che spegnevo nel sonno, a volte piatto, altre profondo, il più delle volte sensibile e sudato, ogni santa notte? Non è invidia. E’ quella voglia di fare del male, di non credere. E’ la sfiducia nell’uomo. perché ognuno si sente sempre vittima. E mai carnefice. Curioso, ciò che più invochiamo dagli altri, è proprio ciò che meno siamo disposti a concedere: sia che si tratti di pazienza, sia di pietà, sia di comprensione. Ho letto da qualche parte che la carità più che nel dare consiste nel comprendere. Parole sante. Ma anche atroci. Perché così come si scolora la carità nell’elemosina, si avvelena la comprensione nella maldicenza. Ammantandola di buona fede si pretende di toglierle l’acido. Ne ho sentiti tanti. Nessuno osava accusare. Ma va! Piuttosto millantavano misericordia, pretendendo di addolcire il messaggio con la falsità di espressioni come “pover’uomo” “si dice” “ma ti pare vero che..”. E godevano di questa loro capacità di velare. E così, è scivolata via anche la dignità. E ho iniziato a maledirmi per non avere commesso il reato. Perché allora sì che avrei riconquistato il loro rispetto.  Sarei salito in cattedra, avrei spiegato e rivendicato e affermato. E in questa rivendicazione della mia libertà, sarebbe sorta la denuncia della società. Allora mi sarei assicurato la loro pietà. Forse anche di più. La loro ammirazione. Sarei sceso nelle aree televisive. Il mondo sarebbe stato mio. Rimpiango la codardia dell’onestà. Perché mi ha ripagato con l’espulsione dalla vita. E non c’è stato altro che ripiegarmi, mettermi via, insinuarmi in un cassetto dell’esistenza, dove solo la naftalina può proteggermi dalle tarme e dai tormenti. Un oblio fatto di fughe, di volti chinati, di passaggi nell’ombra. E non posso neppure rompere i confini di questo paese perché l’indagine non me lo consente. Come se non avessero già sdrucito tutto. Squartato ogni particolare. Come vorrebbero fare di me. Ho già confessato. Ma il crimine che ho vomitato fuori non è quello che interessa loro. Né alla gente che aborre di vedere negli altri le miserie che cercano di nascondere a se stessi. Non ci sono più le mezze calzette di una volta: ciò che la gente vuole sono i grandi trionfatori per ammirarli ed invidiarli, racchiudendoli in un odio puro, senza limiti; oppure i grandi peccatori, per disprezzarli e rialzarli ammanendo senza riparmio la propria misericordia e mostrandosi così più grandi di coloro che giudicano. E sto qui, ad aspettare che la morte, che ha già devastato il fisico, finisca per penetrare nell’animo e lo spenga del tutto. A meno di trovare, da qualche parte, in qualche sguardo, una luce che parli di un riscatto che possa ridarmi non dico l’onore, ma almeno il rispetto di me stesso.