mercoledì 20 ottobre 2010

Tornare a casa






E non so neppure perché sono qui, perché sono entrato qui. Passavo. E adesso me ne sto qui davanti a te. Anzi, davanti ad una statua che pretende di rimandare a te. Se ci sei. Che questo è ormai un dubbio. Prima ero sicuro. Che il cielo fosse vuoto intendo. Un inganno. Come una cosmica candid camera, che ci fanno credere sia abitato e invece no che non lo è. Vuoto non perché qualcuno l’abbia abbandonato, ma perché nessuno c’è mai stato. E invece oggi mi è sceso nel cuore questo tarlo, questa voce chioccia e stonata, che vorrei tanto soffocare. E fomenta, e tormenta, e provoca. Assicurandomi che sì, ho proprio ragione, il cielo è sprangato, come una saracinesca bollente, non tanto vuoto quanto inaccessibile. Sconfinato e blindato. E allora, anche solo per il gusto di contraddirla, m’ha preso un uggia urticante, una smania infastidita che m’ha condotto qui dentro, davanti a questa scultura lignea essenziale e devo dire decisamente semplice, ingenua, brutta, e ora m’ha piegato le ginocchia e chinato il capo, come una mano decisa e materna che mi invita a spegnere il mondo.
E così, sommesso e composto, posso lasciar sfogare la mia paura che sale piano dal cuore e si irradia paralizzando ogni muscolo. Sì Signore, ho paura. Non di te. Che non ti conosco, ma quel che sento è una pazienza infinita come mia madre quando tornavo a casa, in ritardo, e sporco, magari stracciato, le ginocchia ferite. E invece che urlare, mi prendeva in braccio e mi cullava. Ecco, di questo ho bisogno, di essere avvolto da un affetto che non ho più sentito da allora. No, lo so che la famiglia… E che non mi posso lamentare. E che la amo lei, mia moglie, e lei mi ama anche di più e che i figli... Lo so. Ma è diverso. Non è l’amore che lei può darmi quello di cui ho bisogno ora. Perché dentro il suo affetto non c’è la speranza, o addirittura la certezza. Di questo ho bisogno ora. Ho paura, non so come fare, come trovare la luce in questa penombra che scende lieve, quasi allegra, ma vorace. Quando alzo lo sguardo sul futuro, la vista si fa miope, tutto si sfuoca e poi l’orizzonte si chiude nella notte. E la morsa stringe il cuore. Cerco di lottare, ma il veleno sta arrivando al cervello perché la tentazione di lasciarmi andare è sempre più grande. Sogno di adagiarmi nell’acqua calda, di quel tepore morbido come una schiuma, e galleggiare contemplando il sole sopra di me, e giacere lì, senza muovere neppure gli occhi fino a che la corrente mi culli e mi conduca oltre la linea che serra il futuro. E mi sciolga nel mare così, con dolcezza e senza dolore. Lo so che è una diserzione, lo so che è egoismo, ma se non mi aiuti tu in qualche modo Signore, se ci sei, io lo faccio. Io esco e lo faccio.
Perché questo terrore sta dilagando, occupando come un nemico astuto tutti gli spazi della mia giornata,  affogando la speranza nei dettagli. Non riesco più a fare quello che vorrei, non riesco più ad alzarmi all’ora che vorrei, non riesco più a leggere quello che vorrei, il tempo mi sbeffeggia, illudendomi di possederlo con attività che in realtà lo disperdono e poi ruggendo quando mi rendo conto che il debito cresce a dismisura e anche qui raggiunge cifre che non riuscirò mai a colmare.
Perché se da un lato si spegne la speranza, dall’altro cresce il fallimento. Se guardo avanti il cielo è spento, se guardo indietro vedo il fuoco che mi insegue. Che cosa ho fatto? Che cosa posso vantare? I figli? Che cosa ho saputo dare loro? Denaro? No, anzi, sono di quella generazione che brucia quello che la precedente ha accumulato lasciando il deserto a quella che la segue. Forza? No, ma fragilità. Li guardo e temo che il primo vento forte non li agiterà ma li sradicherà portandoseli via come un tornado un alberello. E nei loro occhi vedo le mie colpe, non la loro scelta libera, ma le mie catene. Ma questo non spegne nella colpa la mia delusione: che se da un lato mi sento addosso la macchia per la loro, dall’altro sento una rabbia scomposta contro di loro, per la delusione che non mi hanno mai risparmiato.  Una delusione che ha radici in me non in loro e che quindi è più figlia mia di loro stessi. E proprio per questo mi irrita, perché mi deride dipingendo in loro le mie incapacità.
Dell’adolescenza ti rimangono in mente immagine spezzate, sparse: l’amica della ragazza che filavi che le dà di gomito mentre passi, loro appoggiate al calorifero nell’atrio della scuola, tu passo annodato e testa bassa. E tutti e due arrossite senza sapere come nasconderti eppure provando un senso di orgoglio e felicità. Le scale del liceo e la balaustra dove ti sporgevi per vederla entrare, lei che non ci sei mai riuscito a parlarle, neanche a fermarla, e una volta le hai scritto e pensi che starà ancora ridendo di te. Il bar dove giocavi a boccette con tuo padre a mare, e dove poi avresti aspettato la telefonata di lei anni dopo, quando il massimo della mobilità era la cabina nel vicolo, o la complicità di un amico che ti lasciava usare il telefono. E Se qualche volta sogno di tornare a quegli angoli, quelli del tavolo messo all’angolo con sopra le bevande, come canta Ruggeri, non fosse che perché il futuro ti guardava muto, senza sbeffeggiarti, solo illudendoti, non che non ci vorrei tornare, perché non baratto quella slavata sicurezza con la felicità, tenue eppure salda, che sento tremolare sullo sfondo, come una musica lontana, come la luce sommessa di un faro in una notte tempestosa.
E torno a te allora, sperando che Tu ci sia, che questo calore che ora sento non sia ancora la ruggente beffa del destino, ma la notizia di un approdo sicuro, che in qualche modo arriverà, non so dove, non so come, ma arriverà. E potrò riposare calmo. Senza più paura.
Che la paura si sta sciogliendo mentre sono qui, pesante sulle ginocchia,  e fuori il giorno si dissolve non più nella notte buia, ma nella sera calma, tiepida, rassicurate.
Sto tornando a casa.

martedì 29 giugno 2010

E guardami!



E guardami! E daì guardami! Tu che passi, chiunque tu sia. Che ti costa! Anche solo per deridermi, per insultarmi, per scuotere la testa in quel modo volgare e violento, che percola disgusto misto a disprezzo. Ma almeno guardami. Non fare finta di nulla. Perché credi che mi sia ridotta così? Perché pensi stia distruggendo la mia dignità così come la natura ha distrutto il mio corpo se non per ottenere uno sguardo? Anche lascivo. Sebbene tema che nessuno lo poserà più su di me con desiderio. Semmai con scherno. Mi basterebbe. Sarei felice di non passare inosservata. Come mi è successo a lungo nella vita. Perché nessuno ha mai posto su di me uno sguardo assetato. Una sensazione dolorosa, che avvelena lentamente l’anima e la fa implodere in una depressione spenta e arida. Camminare tra le strade della città, al mercato, e accorgerti che non sei degna neppure di un movimento del capo. Perché invece li vedo quando girano la testa e tutto il resto quando passa una di quelle, sì, di quelle ragazzine che hanno tutto da mettere in mostra e non negano niente.
Mentre io invece. Fin da giovane. Fin da ragazza sono stata condannata. Da un corpo goffo, sformato, gonfio. Non che non mangiassi, no. Ero affamata di sensazioni, quindi anche di cibo. Ma non fu questo. No.
Mi cresceva addosso come un tumore, mi rovinava sopra questa massa turgida e ruvida che mi ha nascosto al mondo. E io ne sono rimasta prigioniera. Ma almeno allora, quand’ero ragazza, al paese, almeno allora c’era chi mi inseguiva per insultarmi, per schernirmi. Mi sentivo viva, dolorosamente presente al mondo. Poi, come una nebbia che s’alzi pallida e smorta, e via via più coraggiosa, così sono scomparsa all’esistenza.
Il trasferimento in città. Gli studi. Inutili devo dire. Non hanno aggiunto una goccia di felicità alla mia vita. Solo conoscenza. E con quella semmai ho accresciuto il dolore. Poi un lavoro bieco, ripetitivo, individuale, in un cubicolo che mi separava netto, come una roggia profonda, dai colleghi che dilagavano al di là della paretina. Una voce al telefono. Poi neppure quella. Poi la pensione anticipata.  Anni di lavoro sciolti in un saluto formale e stropicciato, condito di indifferenza e scherno. Neppure quel giorno sono riusciti a superare la barriera del mio corpo per calarsi non dico nella profondità, ma almeno sotto la superficie e cercare di capire. Che serve a loro capire? Che servivo io? Che se non servi oggi, per qualunque cosa, sei finito: allontanato. Fine del lavoro, fine dell’impegno.
E sempre la solitudine.
Che non sono vecchia. Non fuori almeno. Non all’anagrafe. Ma dentro eccome. Perché a non sentirsi amati, si brucia. Non però di quel fuoco che non consuma e arde perenne, come dicono sia l’amore, che io non ho mai conosciuto, neppure da bambina. No. Non quello.
Io avvampo di quel calore trasparente e violento, quello dei forni, che crema, che riduce in cenere, che lascia senza speranza. E la speranza ormai io l’ho persa, non dico dell’amore, ma anche solo di un tepore mite. Anche ipocrita. Mi starebbe bene. Mi farei truffare da un uomo, se per spogliarmi dei miei beni, quelli che comunque ho accumulato in questi anni di silenzio e di reclusione, mi rivestisse anche per un solo momento di un affetto manieroso ed eccessivo, palesemente finto. Anche solo di sesso. Anche di quello mi accontenterei.
E così mi sono ridotta ad essere questo pagliaccio, questa prostituta dell’anima: a mettere fuori questa carne in decomposizione, che si arrotola su se stessa confondendo inizio e fine. C’è pudore in tutto questo? Sì, perché ormai in queste rovine non si distingue più nulla che possa bruciare la mia intimità. Tutto è disgrazia. Deformità. Eppure sento di calpestare la mia dignità. E non me ne frega niente. Perché chi si riempie la bocca con questa parola probabilmente non ha mai sofferto il mio dolore, non è mai stato solo. Io sì. Sempre. Rinchiusa dentro il carcere di un corpo esagerato che mi ha impedito di essere scorta. Di vedere. Di capire.
Ma che cosa c’è da capire! In quest’epoca che esalta la bellezza e la rincorre senza posa, in quest’età che magnifica il corpo e ne ha paura, io scorgo il terrore sui loro occhi, il terrore di essere come me, di finire come me, di venire calpestati, messi in un angolo. Io questo ho capito. E solo adesso riesco a ribellarmi.
E guardami daì! Tu che passi adesso e volti il capo dalla parte opposta con gesto affrettato e teatrale, come per istruirmi, per condannarmi, per umiliarmi. Più di così? Potrei essere più umiliata di così? Perché non capisci? Perché non esplori? Perché non ti sforzi di superare quella sciapa barriera della tua superficialità, del tuo orizzonte così gretto e chiuso, che non riesce ad accostarsi alla vita per quello che è: non un secco fotogramma, ma una pellicola senza fine. Con solo l’inizio e mai titoli di coda. E tu invece te ne stai lì, intrappolato nell’attimo che fugge, e non capisci che invece resta, resta per sempre, e si estende, in tutte le direzioni. Come la mia vita. Come la mia carne che scioglie la mia figura in una storia di solitudine totale.
Guardami: rendimi un filo di stima, che la mia in me stessa l’ho persa. Fammi pensare, anche per un solo istante, che posso lasciare una tenue traccia su questa terra, che posso avere sfiorato per un battito d’ali il cuore e la memoria di un’altra creatura. Che non è stato vano venire al mondo. Che non sarà insulso andarsene.
No, non  funzionerà neppure questo. Non è servito a nulla scendere fino in fondo al cratere del disonore. Fino al fango dell’esibizionismo. Neppure questo è servito per trovare un filo di speranza, un rigagnolo di luce che sappia restituire un po’ di futuro a questo ammasso di depressione. Forse non resta che cercare l’ultimo sguardo, quello di terrore, quando scioglierò la mia vita sopra un binario. O sotto un camion. Affermando il diritto di essere guardata almeno mentre mi dissolvo.

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Lo sguardo di Lazzaro
quando c'è l'amore







domenica 20 giugno 2010

Giustizia io voglio e non misericordia



Facile parlare per Lui. Non sbaglia mai. E non ti dà respiro. Ti insegue ovunque. Anche sopra il mare. E ti tormenta finché non fai quello che vuole. E sì che glielo avevo detto: tanto si sistema tutto. Tanto poi ti lasci commuovere. Sei tenero tu. Vuoi fare il duro. Vuoi ricoprirti del manto della giustizia. E quella storia degli occhi bendati e della bilancia che fa tanto marketing. No. E’ tutto un trucco. I tuoni, i rombi. Gli scuotimenti della terra. Sono effetti speciali. Magari quello che vorresti veramente essere. Ma non puoi. Non ci riesci. Sei amore, non te lo ricordi? E così alla fine, come avevo predetto, quello che ha fatto la figuraccia sono stato io. Per fesso mi hai fatto passare. Andare in giro a minacciare sciagure. Un profeta da strada. E se non mi hanno deriso prima, lo faranno adesso.
Mi hai ricattato e non ho potuto dirti di no. E che cosa ho ottenuto? Il successo. Sì, paradossalmente mi hai fatto conoscere il trionfo. Nella sconfitta. Hai ottenuto il risultato che volevi, facendomi minacciare stragi. E dove poi? Proprio nella città più torbida, il covo degli assassini, dei predatori. Un popolo senza pietà, sguaiato, imbattuto ed imbattibile. Il cui solo nome getta nel panico. E tu l’hai piegato con l’amore, non con un esercito più potente. Che avresti avuto solo schioccando le dita. E che avrebbe raso al suolo loro fino alla centesima generazione.
Invece hai mandato me. Riluttante, timoroso, ma sì diciamolo anche: codardo. Soprattutto irritato. Perché sapevo già come sarebbe andata a finire: tu sugli altari, io qui, sotto questo ricino rinsecchito a maledire la mia vittoria. E che cosa ci ho guadagnato? Una fuga precipitosa, un soggiorno indesiderato sott’acqua, tre giornate di cammino nell’inferno e poi questo caldo secco, senza vento. Questa infinità bianca e infuocata che spazza via dall’anima ogni desiderio non per affogarla in un appagamento dissetante, ma anzi proiettandola in una disperazione accecante. Non la luce nella quale desidero un giorno riposare, ma un crudo anticipo di tutte le sofferenze di Giobbe. Perché anche con lui non è che ti sei comportato da galantuomo, diciamola tutta. Gli è andata peggio che a me.
E qui prigioniero di questa fornace, devo anche sorbirmi i tuoi discorsi, le tue scuse, i tuoi pretesti? Non tuoni mica, qui sotto questo cielo così trasparente e piatto da spaventare. Non urli come facesti con quello al quale togliesti tutto per un gioco, per metterlo alla prova. No. Con me sussurri, con questo tono così morbido, paterno, anzi materno. Fai domande. Mostri come l’amore può perdonare tutto.
No. Così non mi piace. Proprio da questo fuggivo. Da questa misericordia infinita. Da questo abbraccio che è sempre pronto e che chiede solo di lasciarsi andare. Da questo perdono che non si rifiuta mai, ma che può essere solo rifiutato. Perché tu non ti neghi mai, siamo noi che possiamo negarti.
Io volevo vedere il fuoco dal cielo. Volevo vedere il terremoto. Il suolo squarciarsi e ingoiare palazzi e animali. Volevo vedere fumi salire dalle viscere della terra e bruciare. Oh, sì. Arderli, con il medesimo gusto con il quale i loro soldati hanno violato case e donne delle città che hanno raso al suolo, devastando l’anima dei sopravvissuti, così violentati da desidera la morte piuttosto che il ricordo.
Volevo vedere i tuoi angeli scendere e sterminare i sopravvissuti con la paura prima ancora che con i loro dardi. E il fuoco purificare ogni cosa lasciando solo cenere su questa Ninive maledetta.
Volevo vedere gli innocenti perire insieme ai colpevoli, maledicendoli per questo e caricandosi così, in punto di morte, di quel peccato di odio che li aveva inseguiti per tutta la vita senza mai raggiungerli. Così che anch’essi sarebbero stati dannati.
Volevo vedere trionfare la giustizia, strumento del mio odio più viscerale. Volevo vedere il sangue, che avevo predetto per incarico tuo, quello che avrebbe lavato gli scorticati ricordi delle loro vittime, facendoli affogare nel livore acceso della rivalsa. Perché se non serve a soddisfare la tua sete di odio per i persecutori, a che serve avere un Dio personale? Che me ne faccio di un Dio di tutti, che tutti ama, tutti perdona, tutti accoglie?
Eppure così sei fatto tu, e anche adesso se qui a tormentarmi con il tuo amore. Lasciami in pace, lasciami il tempo per accettare questo mio successo, questa mia vittoria: questa predicazione che ha ottenuto il suo scopo, che ha convertito, che ha condotto al pentimento. Che mi ha così deluso.  E per questo mi sta purificando da dentro.


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domenica 9 maggio 2010

Madre dei dolori


Madre, oh madre. Mi è vietato dimenticarmi di te. Ogni volta che passo davanti all’ospizio dove sei morta, mi assale un brivido che riesce a mescolare senso di colpa e di liberazione, come se queste due dimensioni non potessero essere disgiunte neppure ora che non sei più qui e che ti immagino in una pace senza fine, la pace che hai inseguito sempre, travolgendo tutto e tutti in questa tua ricerca astiosa e irrequieta.
Anche me.
E questa ansia, la tua inquietudine, me l’hai lasciata come un dono, come una eredità scomoda, ma saggia. Di quelle che ti tengono desta l’anima, in un combattimento senza fine. Perché la pace può essere figlia di due opposti: della stupida e dannata pacificazione, come una pianura secca e deserta, sotto un cielo dilavato e piallato, senza vento; oppure di una guerra senza fine, combattuta contro noi stessi, senza tregua e senza prigionieri, senza notti in cui riposare, senza cieli da contemplare, piena di vento, quello freddo, tagliente, che scende da Nord e non si arresta se non alla giuntura tra anima e carne, e forse neppure lì, quella guerra che lascia senza fiato, eppure felici come l’eroe che dà la vita per ciò in cui crede.
Dicono che coloro ai quali viene amputato un arto, chessò una gamba, per anni continuano a sentirlo ancora come se fosse ancora lì, appeso a loro. Ecco, con te io provo la medesima cosa. Sei sempre qui, aggrappata a me come lo eri in vita. Il tuo amore rabbioso e violento mi soffocava: lo caricavi di tutte quelle risposte che non avevi avuto dalla vita, non perché lei non te le avesse date, ma perché non ne eri mai contenta. Eri tesa sì, ma non serena: sostenevi di avere un conto aperto con la vita, e lo facevi pagare a tutti coloro che provavano ad amarti, come se per contrappasso quell’amore dovesse torcersi in vendetta. 
E’ strano, anche se la tua morte, da sola –mi hai preso per sfinimento e questo io non me lo so perdonare, di averti lasciato morire da sola, in coma d’accordo, ma senza nessuno che ti tenesse la mano, nemmeno io, e questo mi ripugna, per pietà e per orgoglio: non poter dire che io c’ero, che sana umiliazione, vedi in fin dei conti mi hai amato anche morendo di notte per lasciarmi questa amarezza dolce che sana e sradica i miei vizi- in quella stanza singola che finalmente avevi ottenuto, come ennesimo capriccio, come se stesse lì tutto il bene dell’universo, anche se la tua morte ha sedato il mio risentimento, e spalancato la porta ad un amore che sapevo di avere per te, ma non di questa intensità, non ha sopito i ricordi oscuri, né li ha ammantati di quella dolcezza che sembra l’assenza regali ad ogni memoria. Tutt’altro. Li ha resi più vivi, lucidi, taglienti, anche se li ha privati di quel veleno che, quand’eri in vita, mi annebbiava la vista e mi soffocava il cuore spingendolo giù in un fango d’odio e di dipendenza nel quale mi sembrava di sprofondare come in sabbie mobili maligne.
E così la prima immagine che vedo non è il sorriso con il quale mi accoglievi da bambino, non ancora così tirato e sciapo come da vecchia, né l’abbraccio con il quale mi ringraziavi di esserci. Non è quello sguardo acceso d’amore che luccica ancora in una vecchia foto in bianco e nero. Sei sullo sfondo, di sbieco, chinata, tieni quegli occhi luminosi, come non ho mai più visto, su di me che poco più avanti, ma a fuoco, in primo piano, muovo i primi passi e si vede che traballo, con quella bavaglina di stoffa colorata che ricordo benissimo, per uno di quegli strani giochi della memoria che si divertono a estrarre dalla nebbia particolari che ti dicono quello che non riesci più a ricordare.  Stai lì e mi guardi e la gioia sembra colorare questa foto con i bordi bianchi frastagliati; e io non ti vedo, ma so che ci sei, che sei pronta a sorreggermi. Mi fido. C’è tutta la nostra vita lì. Anche papà, lontanissimo, nell’oscurità del corridoio, lui che se ne è andato per primo e che ti ha aspettato con la medesima delicatezza celata con la quale ti lasciava in primo piano, in piena luce, per scegliere sempre le tinte pastello, gli spigoli dei minuti, le macchie d’ombra. Sono sempre convinto che ti avesse dato uno schiaffo alla tuo ennesimo capriccio, avesse avuto il coraggio, la vita di tutti sarebbe stata diversa. Presumo migliore.
No. Non è quel viso, quella luce che ricordo quando chiudo gli occhi e ti penso.
Ma la brace della tua sigaretta che cerca di contrastare l’oscurità nella quale ti chiudevi. La luce rossa intermittente di quando mi portavi a dormire con te di pomeriggio, da bambino, in due sul mio letto, testa a piedi, perché io dormendo non ti disturbassi il riposo. E vedo quella luce accendersi e spegnersi alternata al rumore che facevi per scrollare la cenere nel posacenere di rame sbalzato che ora fa mostra di sé, come un reliquiario, tra gli oggetti che ho conservato. E la stessa luce, nella cucina scura, tenevi sempre le tapparelle abbassate, mentre severa mi giudichi –mi giudicavi sempre trovandomi sempre colpevole per potermi donare la tua misericordia, cosa che ti faceva felice perché ti permetteva di crederti magnanima- e stai in silenzio, fumando, toccandoti i capelli, torcendo la bocca e gli occhi curvando al suolo, sospendendo il tempo, così da prolungare la mia sofferenza e la tua soddisfazione.
Eppure mi amavi, tanto. E volevi tenermi per te. Solo per te. E anch’io ti amavo, ti amo anche ora. Come potrei non amare chi mi ha dato la vita. E che, tragicamente, per conservarmela felice, ha spento dentro di sé quella di due fratelli che non ho mai avuto. Così come spegnevi la sigaretta, con rabbia e rapidità. Sono un sopravvissuto, mamma. Un figlio unicizzato. Un bambino bagnato nel sangue dei fratelli ed elevato a divinità, con il compito di tenere insieme la famiglia perché tutto si fa per lui. Tutto. Come un buco nero che attragga ogni cosa a sé, strappandola alla sua esistenza, macinandola in un affetto che si macera nell’autocompiacimento. Perché l’amore per me, me ne sono accorto presto, in realtà era un pretesto, uno specchio: avevi così tanto bisogno di affetto che mi imprigionavi in quell’abbraccio che assomigliava di più alla presa di un rapitore che alla protezione di una madre.
Mamma, questo acido mi cola ancora in cuore adesso che ti parlo, qui in piedi davanti a quel che rimane di te qui in mezzo a noi, e non riesco a discernere il bene dal dolore, a tirare una riga secca tra il tuo egoismo e il mio, tra la tua sofferenza e quella che provocavi con una scienza quasi perfetta.
Perché soffrire hai sofferto, e spesso per causa di altri, anche se negli ultimi anni i tuoi ricordi spesso venivano annacquati dalla fantasia, da ciò che temevi, volevi, speravi. E la violenza subita si confondeva con quella che desideravi aver ricevuto per poterti vendicare e vantare. Ricordo gli ultimi giorni. Di agosto, sulla terrazza abbruciata della casa protetta. Biascicavi parole, parlavi a sproposito, criticavi, mi chiedevi, pretendevi. Niente di diverso. Eppure dovevo capire che erano le ultime ore e restarne appeso come ad un ramo che ti salva dall’abisso. E invece l’ho lasciato andare e invece di precipitare io, sono rimasto sospeso e nella voragine sei caduta tu.
E mamma, mentre non riesco a rimuovere quella rigatura d’odio che attraversa la nostra vita in comune -sapessi quanto ci hai fatto soffrire, madre mia- adesso non posso che sentir crescere l’affetto nuovo, purificato, rafforzato che nasce da una vicinanza nuova, separata solo dal sottile velo del cielo.


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sabato 24 aprile 2010

A mia moglie nel giorno del nostro XXV anniversario



Tra le più belle canzoni di Enrico Ruggeri amo molto A mia moglie.  Non mi interessa sapere se sia biografica oppure no. Lo auguro solo al cantante. Arriva un momento in cui è giusto fermarsi e ringraziare per il dono ricevuto: perché se è vero che il matrimonio è etimologicamente il dono alla madre, è anche vero che soprattutto noi uomini riceviamo un grande regalo dall’unione coniugale. Per me è stato così. Mi sono molto risentito quando, avendo pubblicato sul sito americano la mia vita in sei parole, qualcuno si è permesso di lasciare un commento acido. La mia storia è tutta qui: Passione giovanile, amore profondo. Ancora sposi.  Una mano femminile, amara ed acida, commento: he slept around, o qualche cosa del genere. Che potrei tradurre crudemente: la tradisce a destra e a manca.  La storia è diversa.
Ho conosciuto Franca nel 1980, io avevo 19 anni lei 17. Ci siamo sposati nel 1985, non avevo ancora 25 anni e lei non arrivava a 23. Andrea è nato nel 1986, Chiara nel 1988, Letizia nel 1992. Abbiamo conosciuto buona e cattiva sorte. Ci compensiamo. Io sono il visionario, lei la concreta. Io apro strade, lei le asfalta e le rende sicure. Io trascino, lei consolida. Io sogno, anche troppo, lei hai i piedi per terra. Ci siamo aiutati a vicenda in mille modi: io lancio le sfide, lei le vince. E’ una tagliente e crudele critica di ciò che penso e faccio: è grazie a questa sua qualità che mi sono evoluto da ragazzino un po’ nerd, molto imbranato, a professionista energico e coerente. Non ci facciamo sconti. Questo non ci ha allontanato di un millimetro, anzi ci ha unito di più.
Mi ha seguito in ogni nuova avventura, le ho fatto fare di tutto e ha sempre detto di sì inventandosi mille professionalità nuove. Lei è cresciuta, e mi ha aiutato a capire i miei errori. Siamo umili e ci amiamo. Abbiamo costruito sulla fede e ancora oggi preghiamo insieme per i nostri figli, per i nostri sogni, per le nostre preoccupazioni. Sono così innamorato che penso di non poter vivere senza di lei. Abbiamo, come si dice, fatto tanti chilometri insieme e ne abbiamo passate tante, e ci hanno rafforzato.




Imbianchiamo insieme, ovviamente lei molto meno di me e con più lentezza, e sappiamo ancora guardarci negli occhi scoprendo cose sempre nuove e difficili da rendere con parole, specie quelle scritte scritte.. So comunque chi è più grande dei due e so che non sono io. Non so se questo è rendere giustizia, ma so che ogni giorno devo meritarmi il dono che Dio mi ha dato: mia moglie.
Credo che il nostro trucco stia nel fatto che ridiamo insieme, spesso, e che io riesco a farla ridere. Così guardiamo alla vita con una serenità lucida e profonda. Crediamo veramente che, come dice san Paolo, omnia in bonum, tutto concorre al bene. e se guardiamo la nostra vita è davvero così. Abbiamo avuto momenti duri, problemi di lavoro, difficili soci, difficoltà economiche.
Lei si è inventata un lavoro, prima mi ha seguito, poi affianco a questo, ha avviato la sua attività imprenditoriale, e oggi è una imprenditrice di successo E ovviamente mi aiuta.
E io ho l’onore di dovermi meritare giorno dopo giorno questo immenso dono.



giovedì 15 aprile 2010

Sedicianni






E voi pensate che sia facile avere sedici anni? No dico, vi siete mai posti il problema di avere sedici anni oggi? E non venite a dirmi che sedici anni li avete avuti anche voi. Era un mondo diverso. Molto più semplice. Mica dovevate combattere con la tecnologia, voi. Al massimo la fame, tipo il terzo mondo, che poi so bene che è una balla e che la raccontate per spaventarci, e mica ci caschiamo noi. Non avevate neppure il telefono. Che ne so? Tipo ci avete talmente stressato con i vostri tempi che mi sembra di averci passato un’altra vita. E non è la mia. La mia è qui.  Ma lo capite o no come è dura rimanere sulla cima dell’onda? Perché se non ci sei, non sei nessuno. E qui chi non è nessuno è già morto. Meglio che lo fosse anche fisicamente. Perché sei nel tunnel. E soffri. E se non soffri abbastanza ci pensano gli altri a farti soffrire. Ma lo capite o no quanta cura dobbiamo metterci nel farci vedere? Che c’è un limite ogni volta: appariscente sì, ma puttana no. Perché poi i ragazzi non ti chiedono che quello. Già tipo sanguisughe non pensano ad altro, che se li senti parlare sembrano i Simpson versione porno.  Quelli dei film che vedono su internet che li scaricano a manciate neanche fossero cioccolatini e poi te li raccontanto che non c’è più che vomito a sentirli. Se poi sembra che gliela dai senza aspettare, allora non c’è più riposo. E’ tutta una questione di immagine. Capisco che non si pensi ad altro. E non dico che non mi sono data da fare. Non così però: fare sesso nei bagni o in macchina o dietro casa tua, ma nascosta così nessuno ti vede. Che poi se mi vede mia madre, che se ne frega, che cosa potrebbe mai dire? Che cosa fa lei in fin dei conti? Che quanto a eccessi faccio fatica a starle dietro! E voi, non dovevate mica competere con le vostre madri voi in quei famigerati anni Settanta che tanto ce li venite a menare con Fonzi e i Beatles e quale altra diavoleria non me la ricordo più. Non mi interessava e l’ho rimossa. Come faccio di solito. Non voglio avere una discarica in testa: quello che non serve immediatamente si butta subito. Così c’è più spazio per pensare a come divertirsi. Eh, dovevate difendervi dalle vostre madri voi come tocca fare a me? Che quando mi costringere a fare shopping con lei li vedo gli uomini, tutti, e anche i ragazzi, quelli che ci farei l’occhio acceso e un po’ pornito, che guardano lei invece che me e le sue scollature e scosciature come se il mondo le girasse attorno e il marciapiede fosse una passerella. Che credo che voglia farlo solo per distruggermi, per annichilirmi, per umiliarmi tipo che guardano solo lei e non me, che sono ancora uno schizzetto. E io gliel’ho fatta addosso invece, che con il ganzo che le ronza attorno, e lei ci sguazza anche se è quasi più vicino a me che a lei di età, ci sono andata io mica lei. Forse anche lei, chemmifrega. Ma io pure. La sera che lei si è fatta aspettare. E non s’è accorta di niente. E ne sono orgogliosa perché questa volta l’ho vinta io. E mica mi pento sai? Di che cosa? Di fare quello che fanno tutti? Quello che chiedono tutti? Tanto tutto passa, neppure un’ora e passa. Vivere il presente. Ecco. Lo dicono tutti. Anche quelli famosi che vedo in tv e che mi fanno impazzire perché voglio anch’io diventare così. E non fare fatica. Che mia madre non la fa la fatica. Ha spiantato mio padre. Che quando se ne è andato l’ha morso fino al midollo. Rosicchiato. Spolpato. E adesso siamo ricche. Lui è ricco e anche noi. Finche dura. Lo dice sempre lei. Ma io non voglio fare fatica. Non serve. Non la fa nessuno. A scuola? Ma non farmi ridere! Che c’è sempre un modo per copiare, fregare, passare. E che serve studiare? Per fare i secchioni? Come le verginelle e i nerds, che stanno rintanati nella loro cultura e avvizziscono, in mucchi scomposti e rinchiusi perché non se li fila nessuno, solo fra di loro, che fanno ridere e non li tormentano nemmeno più perché non c’è gusto, solo quando sei un po’ giù e non ti va neppure di niente, allora una presa in giro, un paio di sberle, che non rifiutano mai, e ti tiri subito su. Che non bisogna essere sballati o tipo teppisti per fare queste cose qui. Che le fanno tutti e gli sfigati se le aspettano, ti sorridono e se le aspettano, fa parte del gioco, noi i belli loro gli sventurati. Noi quelli che piacciano, loro bui. E senza superare il confine e finire tra i bulli, che quelli non piacciano a nessuno, e sono deboli: fanno finta di sbancare, ma sono corrosi dentro. Lo capisci. Aggrediscono solo perché non riescono a guardarsi allo specchio. E sono così grezzi, sporchi, scialli. Noi siamo scianti e lindi: eleganti. Belle facce, mia nonna direbbe acqua e sapone. E mi diverto quando lo fa perché non sa, e non potrebbe mai sapere. Perché come ti guarda lei brucia. E quel fuoco io non lo voglio.
Però poi mi ritrovo questa faccia da malmostosa addosso sempre, anche dentro, come se mi guardassi in uno specchio interiore, che quando me lo dicono mi arrabbio perché capiscono e non voglio che capiscano. E un po’ fa smeriglio, fa superiore, ma troppo poi finisce che te lo dicono. Sorridi. E perché? E poi chi te lo dice è un adulto che non mi frega niente, mentre il mio giro non te lo dice neanche, ti spinge ai margini e poi ti espelle: perché fari i duri sì, ma i tristi mai. E’ una questione di immagine. Che noi vogliamo sempre divertirci. Che ci stiamo a fare sennò? Che tutto passa, ma qualche cosa rimane, ed è sempre la parte meno bella, più acida, che graffia. E temo che non ci sia trucco sufficiente per coprirlo, perché non è intorno agli occhi, ma dentro. E la faccia un po’ ingrugnata fa trendy, ma ci ho l’impressione che non sia una faccia che ti metti su tipo per cuccare o farti notare, ma perché non te la riesci a togliere che c’ha le radici dentro, profonde. Perché quando guardo il mare, non è la voglia di veleggiare che mi viene, ma quella di annegare. E questo non è bello. E la sera. Tipo quando perdo quei minuti affacciata alla finestra a fumare per non impregnare la stanza, che a me fregherebbe anche, ma lei rogna perché detesta quest’odore le ricorda mia padre, non è il cielo che vedo, né i colori, ma una coperta tesa, come quelle che da CSI copre i morti delle autopsie. E non so perché, ma non mi piace. E non so guardare più in là di domani, che già faccio fatica e non so neppure perché dovrei farlo. Ma un po’ mi ferisce. 

martedì 13 aprile 2010

L'angelo Gabriele




«Già, Gabriele. Non lo ricordavo più. Nome nobile. E' l'angelo che ha portato l'annuncio a Maria. Uno dei tre arcangeli insieme a Raffaele e Michele. La madre di quell'uomo commise un errore mostruoso: o forse fu lui ad essere schiacciato dal peso di quel nome. Nomen sit omen: il tuo nome ti sia di buon auspicio. Fu una sciagura, invece. Tutto in quella persona faceva pensare alla bassezza: la meschinità emanava da lui come una deformazione del corpo che nessun abito sia mai in grado di nascondere. Era forse la luce degli occhi o il modo in cui si torceva di continuo le mani o quel sibilo, dovuto ad una forma particolare di asma contratta in gioventù nei terreni paludosi e malarici dove era nato. Viveva nella perenne convinzione di essere l'olocausto dell'umanità: una sorta di vittima predestinata da un dio cinico e sarcastico che l'avesse eletto come capro espiatorio. E lui non negava a nessuno il suo disprezzo. Era impiegato postale nel paese di montagna, nel cuore dell'Abruzzo, dove andai a vivere per un certo periodo. Vi trovai impiego mentre decidevo che cosa fare della mia vita. Commesso da un pizzicagnolo. Per sopravvivere. Gabriele veniva a comperare formaggio e salame. Scivolava dentro il negozio, uno stanzone buio e polveroso, quando le ombre si facevano più dense. Sentivo il suo sibilo rauco prima ancora di vedere la sua faccia. "Firmino", mi diceva, "Firmino, il solito". E aggiungeva subito: "anche oggi scalogna nera. Lo sai quanti pacchi si spediscono in questi paese di balordi? Più che le capre! Sembra che ogni bestia abbia parenti ovunque nel mondo... E che gli manderanno mai? Pacchi pesanti, come peccati. E tocca a me portarli tutti: dallo sportello al cestone, dal cestone alla porta, dalla porta al furgoncino. Io non c'ho più l'età, Firmino. Lo vedi come sono? Secco. E loro ridono di me. I pacchi li spediscono solo per farmi faticare. Lo so, lo so. Non scuotere la testa. Li vedo in faccia io, quando vengono lì con quei loro macigni. Hanno facce rosse, gonfie, sporche. Hai mai visto come sono sporchi? Tutti! Anche il farmacista, che fa tanto il signore. Ma è sporco pure lui. E non mi saluta quando passo davanti alla sua bottega e lui è lì, sulla porta a fumare. E che? Non si può vivere senza medicine? Io, le sue medicine, non gliele compro mai! Mai, hai capito Firmino? Io con le erbe mi curo. Eppoi non mi curo mai perché sono sempre malato e non c'è più nulla che mi possa aiutare. La posta invece: come si può vivere senza quella? Come li manderebbero quei loro pacchi senza la posta? Maledetti loro e i loro pacchi! Firmino, me l'hai dato saporito il formaggio?


Eh, Firmino. Se non ci fossi tu in questo paese... ti dovevano inventare. Benedetto il giorno che sei arrivato. A proposito Firmino, da dove vieni? Me l'hai già detto, ma non ricordo. Non ho mai spedito pacchi per te! Grazie Firmino. Li odio i pacchi, io". Io tacevo. Era l'unica difesa. Ma anche il silenzio può essere giudicato, se proprio vuoi. Poi si trascinava fuori dal negozio, si fermava sulla soglia e con quegli occhietti piccoli e luccicanti -sì, luccicanti, come la pelle di una anguilla- radiografava la piazza. Un disgraziato, ti dico. Aveva accompagnato la moglie al cimitero: era  bianco come una busta. Lui ce l'aveva mandata! Almeno così dicevano. Non che la picchiasse: anche se per la verità non posso escluderlo. Fu il suo veleno: l'astio che colava da ogni suo gesto. Un anima di quelle che tengono la lista dei danni. Il rancore, che non aveva il coraggio di sfogare, gli si moltiplicava dentro come un virus. E poi traboccava.  Era arguto: non c'era frase che non contenesse un retrogusto marcio. Se diceva "buonasera", lo accompagnava con un tono sordo e minaccioso, e con un gesto della testa di sbieco, come se stesse attorcigliandosi su se stesso per attaccarti, alla moda di un serpente a sonagli, e pareva ti dicesse: "che sia la tua ultima sera". La moglie era pian piano svanita, si era fatta trasparente: consumata, come una candela. Finché non era rimasto più nulla e si era spenta, bianca sul grigiore diffuso delle lenzuola. "M'ha fatto torto", urlava Gabriele, "m'ha fatto torto anche morendo. Mi ha lasciato solo: e come faccio adesso con la casa e una figlia da maritare?". La figlia si era maritata da sola e in gran fretta, appena dopo la morte della madre. Era scappata via, ti dico. Credimi: so come si può fuggire. Forse aveva fatto sciocchezze prima del matrimonio per liberarsi da quel padre: aveva il terrore che uccidesse anche lei. "Svergognata! Il primo foresto che le è capitato a tiro!", commentava Gabriele, "che razza di uomo può essere quello? Un rappresentante di commercio: di biancheria femminile. Mascalzone! Come gli fatto gli occhi dolci lei qui, chissà quante donne... Peggio di un marinaio. Questo Cristina proprio non doveva farmelo. Mi ha rovinato. In paese lo dicono tutti: una ragazza inutile, leggera. E quello? La farà soffrire. Ah, ma io sono un buon padre, io. Mi trasferirò da loro, quando la finirò di spedire pacchi. E allora aggiusterò tutto io. So di avere le mie responsabilità. E metterò tutto apposto". Doveva aver comunicato queste sue intenzioni alla figlia, perché né lei né il marito si fecero più vedere in paese e dicono che cambiarono anche casa senza più scrivere al padre, per il timore di vederselo piombare addosso all'improvviso. Io ero ancora giovane, allora. Lo stavo a sentire. Un anima torva così non l'ho più incontrata. Però mi è rimasto il dubbio che la colpa non fosse tutta sua. Chissà, un torto patito in gioventù: forse l'asma vissuta come un castigo immeritato. Se qualcuno fosse stato a sentirlo fin d'allora... Certe volte mi pareva di vedere un alito diverso: come uno spirito prigioniero che cercasse di forzare la serratura e venire fuori. In controluce mi pareva di scorgere sul suo volto agitarsi un altro uomo che premeva e piangeva per liberarsi. Sembrava che i lineamenti stessi si distendessero per assumere toni più sfumati, più lievi. Un secondo. Forse anche meno. Poi ritornava quell'espressione fratturata e cattiva. Non so che fine abbia fatto. Dopo qualche anno me ne andai da quel paese. Mi era venuto a noia quel sole stanco che rovesciava pigrizia».